Notizie

14 Ottobre, 2021

Il Bando della seconda edizione

Il regolamento è il momento principe di un premio. Per la seconda edizione del Premio Mimmo Càndito – Giornalismo a Testa Alta, l’Associazione a lui intitolata ha elaborato una nuova serie di regole snelle che, come già la scorsa volta, consentiranno di accedere a tutte le figure del mondo giornalistico, che agiscono in qualunque ambito, dalla rete alla carta stampata (alla quale fieramente il nostro inviato molto speciale apparteneva).Le sezioni nelle quali concorrere sono due: Opera di Inchiesta e Progetto di Inchiesta. Il materiale dell’Opera dovrà appartenere al periodo che va dal 15 gennaio al 30 settembre 2021.

Per entrambe le sezioni, il tempo previsto per l’invio va dal 15 gennaio al 15 aprile 2022 (abbiamo mantenuto la data del 15 gennaio perché è il giorno del compleanno di Mimmo Càndito).Una novità è la collaborazione con la Scuola di Giornalismo Lelio Basso di Roma, gli allievi della quale sceglieranno in autonomia la loro opera preferita, alla quale andrà una menzione speciale.Vediamo segnali di grande attenzione intorno a questa seconda edizione. Qualcuno ha addirittura iniziato a inviare materiale prima ancora che fosse diffuso il regolamento: che trovate qui sotto, e che sarà presentato lunedì 18 ottobre al Salone del Libro alle 14,15, nella Sala Blu. Vi aspettiamo

Marinella Venegoni

Vai al bando della seconda edizione 2021-2022

7 Ottobre, 2021

Mimmo Cándito, torna il Premio Giornalismo a Testa Alta

Il Premio al Salone del Libro

Lunedì 18 ottobre 2021, ore 14,15 Sala Blu

(I ricordi dei suoi allievi e dei colleghi)

Dopo il notevole successo del debutto, l’Associazione intitolata al grande reporter di guerra presenta le novità della seconda edizione. Introducono Marinella Venegoni e Gian Giacomo Migone. 

Partecipano Gianni Marilotti, Giampiero Buonomo, Marina Lomunno, Fabrizio Assandri e Simona Carnino, vincitrice della prima edizione. In collegamento Lucia Goracci del TG3.

29 Settembre, 2021

Un Premio di Giornalismo e una Scuola di Giornalismo

Un Premio di Giornalismo e una Scuola di Giornalismo – il Premio Mimmo Cándito per un Giornalismo a Testa Alta e La Scuola di giornalismo della Fondazione  Lelio Basso di Roma – hanno stretto un patto di collaborazione nel nome di valori condivisi. E’ un piccolo asse Torino-Roma incentrato sull’esigenza comune di segnalare e/o formare una nuova generazione di giornalisti in grado di confrontarsi con le sfide innumerevoli con le quali questo mestiere – così affascinante seppure spesso bistrattato – si trova quotidianamente a contatto. 

Gli studenti della Scuola Lelio Basso sono invitati a partecipare all’edizione 2021 del Premio Cándito e segnalare in modo indipendente, tra i tanti, il reportage di un proprio candidato al Premio che incarni i valori comuni dei due organismi. A sua volta, il vincitore del Premio A Testa Alta verrà invitato dalla Scuola a presentare e discutere il proprio reportage con gli studenti: cosa che tra l’altro è già successa alla prima edizione con la vincitrice Simona Carnino.

Ciascuno dei due organismi renderà poi noto il lavoro dell’altro, amplificando l’eco delle proprie attività. Si spera insomma di creare un circolo virtuoso che aiuti a costruire nuove figure professionali di spessore, che si facciano strada grazie alla loro preparazione e alle capacità. Qui sotto, i coloriti manifesti della campagna di informazione e iscrizione 2021 alla Scuola della Fondazione Lelio Basso. Belli, no?

(ATTENZIONE: LA SCADENZA DELLE DOMANDE E’ PROROGATA AL 15 OTTOBRE 2021)

Marinella Venegoni

17 Agosto, 2021

Così Mimmo racconta nel suo blog come arrivò a Kabul a 3 mesi dall’11/9 (e la fatica di fare una doccia gelata)

Mimmo Cándito con alcuni mujaheddin durante uno dei suoi numerosi viaggi in Afghanistan.

E’ davvero come un nastro che si riavvolge, quel che è successo in questi giorni in Afghanistan. I taleban hanno ripreso il Paese, Kabul è da ieri sotto il loro controllo, le delegazioni straniere fuggono: e manca meno di un mese alla ricorrenza del ventesimo anniversario del devastante attentato alle Torri e non solo, l’11 settembre del 2001.
In questo post del 2017 sul blog “Il villaggio (quasi) globale”  che veniva pubblicato su lastampa.it, Mimmo rievoca l’arrivo a Kabul nel novembre 2001, con il suo inconfondile stile. Non è un articolo, ma un racconto denso di particolari rimasti vividi. Tanta fatica di tutti, tanti morti, miliardi spesi, e si ricomincia terribilmente con la jihad..
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Quando arrivai a Kabul in guerra

Quindici anni fa, giusto in questi giorni, in Afghanistan si combatteva, c’era la guerra.

Quel 15 novembre del 2001, arrivai a Kabul da Jalalabd che le ombre erano giá lunghe, e il sole si accucciava veloce dietro le montagne blu. Ci sono soltanto 146 chilometri da Jalalabad a Kabul, ma ci vollero quasi otto ore, su una strada sfondata dai tank e dal gelo.

A Jalalabad, giá in Afghanistan, c’ero arrivato orgogliosamente la sera prima con un’impresa ch’era parsa eroica. Avevo guidato attraverso la frontiera un convoglio d’un migliaio di reporter d’ogni angolo del mondo, dopo ch’ero riuscito a convincere il potente nipote di Abdul Haq a darci una scorta armata: sebbene da alcune settimane si combattesse in Afghanistan sotto le bombe americane, l’armata dei media era stata obbligata a starsene in Pakistan, a Peshawar, ad appena un passo dalla frontiera, perché al cancellone di ferro del Kyber Pass ci rispedivano sempre indietro, tutti, perfino le potenti macchine mediatiche della Cnn e della Bbc.

Ma Rahim, per chissá quale simpatia, alla fine aveva accettato di mettersi al mio fianco a capo di un convoglio armato: si fidava di me, e anche lui voleva rientrare in Afghanistan, la sua terra. E lui era il rampollo della famiglia piú potente di Peshawar, nessun cancello gli si poteva chiudere in faccia. Superammo il Khyber Pass ch’eravamo una banda internazionale d’ogni lingua, unita solo dalla brama furente di entrare finalmente in guerra a raccontarne la storia.

Arrivammo a sera a Jalalabad; la cittá era stata appena liberata dai talebani e c’era festa per strada, e spari in aria, e abbracci di tutti con tutti. Ma subito ci dissero che anche Kabul era libera, perché i talebani erano scappati nel buio senza combattere.

Decisi che avrei scritto subito il mio reportage da Jalabad liberata e peró all’alba sarei partito per Kabul. Cercavo compagni di viaggio, Rahim lo seppe. Entró nella stanza della topaia dove avevo trovato rifugio (e un generatore funzionante) ed era con suo zio, il comandante della piazza di Jalalabd. Brusco, Haji Khadir mi puntó il dito: “Non puoi partire. La strada per Kabul é un inferno di talebani. Se vai, é un suicidio. Ti ammazzano di sicuro”.

Feci la conta di chi, tra i miei compagni, votava per partire: ero l’unico. Mi bruciava dannatamente rinunciare. Dormii quasi nulla.

Al mattino, all’alba, tirandomi fuori dal sacco a pelo, uscii sul portone della topaia per annusare l’aria in giro. E vidi il van della Bbc carico di bagagli, pronto a partire, anche se la sera prima avevano votato per il no.

“Devo andare – mi disse Bill, il giornalista della Bbc – devo andare, a Kabul c’é la Cnn, mio concorrente, che é arrivato dal nord. Mi tocca”.

La sera prima, mi avevano detto che a Kabul c’era anche l’inviato del “Corriere della Sera”, arrivato anche lui tranquillamente dal nord, dopo che i talebani ne erano scappati. Come per la Bbc, toccava a me ora: dove c’é il “Corriere” non puó non esserci “La Stampa”.

Presi la sacca, e via. Le ragazze piangevano, le spagnole, le argentine. “Vi ammazzeranno”. Con loro c’era anche Maria Grazia Cutuli, si giustificó: “Partiró tra qualche giorno, ora é troppo pericoloso”. L’ammazzarono dopo tre giorni dal mio arrivo a Kabul, quando nessuno parlava piú di suicidio se ti mettevi in strada.

A Kabul, il mio autista – un giovane avvocato disoccupato di Jalalabd, ingaggiato per caso – mi portó in un’altra topaia: ma c’era poco da scegliere, il coprifuoco era arrivato con il buio della sera e dovevamo fermarci. Comunque, c’era un letto, uno anche per lui. Naturalmente non c’era acqua, e la luce la dava un generatore.

Il silenzio di Kabul era rumorosissimo, una pece nera chiudeva ogni orizzonte. Soltanto il latrato di mute di cani spezzava a tratti la notte.

Furono giorni di lavoro duro, tra gente inquieta e diffidente; mi dicevano: “Ora siamo piú liberi, ma con i talebani c’era ordine e pace. Speriamo che continui”, e scuotevano la testa. I barbieri – una sedia e una bacinella, lí, sul marciapiede – tagliavano le barbe degli uomini, sorridendo. Dai rami degli alberi pendevano i nastrini delle musicassette che i talebani avevano proibito, e al mercato i contadini avevano poche verdure da vendere e appena qualche frutto. Mancava tutto.

Chiuse dentro i loro burqa azzurri, le donne agli angoli delle strade tendevano la mano per un’elemosina.

La mia stanza aveva le pareti macchiate da grandi strisciate di sangue, nessuno mi volle spiegare. Dormivo vestito, su un vecchio sofá che comunque valeva un letto.

Il mio avvocato-autista, che era di Jalalabad, peró a Kabul aveva un sacco di parenti, e fu una fortuna: al mercato nero mi procuró in poche ore un vecchio generatore a benzina, e carburante quanto ne volevo. E fu uno scialo: potevo scrivere sul computer a piacimento, e ricaricare senza angoscia il mio telefono satellitare.

Si mangiava riso, il pollo nel giorno di festa. Buono.

La prima doccia la feci dopo 13 giorni, pagando una ricca mancia a un giovane inserviente che mi procuró l’acqua, non so come. L’acqua, fredda, naturalmente, gelata, cadeva da un cassone di metallo, con un buco maltappato; eravamo ormai a dicembre, e c’erano 3 o 4 gradi. Urlavo di dolore per il gelo che l’acqua mi scaricava addosso, ma ero felice di essere pulito.

Al giornale, peró, queste erano storie che non interessavano.

6 Luglio, 2021

Sul caso Assange

La rassegna stampa è spesso la cartina di tornasole del successo di una iniziativa. Sul convegno in Senato dedicato ai Whistleblowers e in particolare al caso Assange, dello scorso 25 giugno, troverete qui link e articoli informativi e analisi più approfondite, da parte di analisti specializzati, che danno il segno del lavoro davvero notevole svolto in questo primo incontro dell’Associazione Mimmo Càndito, al quale speriamo ne segua almeno un altro in autunno. Ringraziamo il prof. Migone che ha reso possibile tutto questo con il suo impegno, l’esperienza e la profondità delle tesi. E grazie al Senatore Marilotti per l’ospitalità nella Biblioteca del Senato, e a tutti i colleghi che hanno aderito all’iniziativa: abbiamo messo insieme un team di specialisti e associazioni virtuose che possono riservare ancora sorprese e chissà, riaprire un cono di luce sul futuro del giornalismo. Circa 500 i contatti per lo streaming su You Tube: anche questo un successo, visto l’argomento, il profilo, la lunghezza di circa due ore. 

Marinella Venegoni