ALLE RADICI DEL PATRIARCATO

IN MAROCCO LA “VERGOGNA” DI ESSERE DONNA

Questi reportage sono stati realizzati grazie al “Premio Mimmo Cándito – per un giornalismo a testa alta”, in collaborazione con La Stampa.

Di Letizia Tortello, foto Matteo Montaldo,
mediazione e traduzione Damia Asadi e Saida Bajjou

Credo che questo di Letizia Tortello, vincitrice del Premio Progetto 2023, sia uno dei reportage piú accurati realizzati sulla condizione femminile in Africa; fa riflettere che contenga alcune costanti simili a quelle che si incontrano nei prodromi dei femminicidi del nostro Paese. Una piaga internazionale.
E grazie a La Stampa che ha condiviso questa realizzazione; e brava Letizia

Marinella Venegoni

“Non sono andata a scuola, non volevano”. “Lui mi aveva detto ti sposerò, poi mi ha messo incinta ed è scappato”. “Se ti sposi, ti danno i soldi. La nostra famiglia aveva bisogno di soldi, mio padre ha detto sì”. “La mia amica si è ammazzata col topicida, io non ho il coraggio”. “La mia amica ha provato ad abortire con coca cola e aspirina, è finita all’ospedale”. E ancora, “lo sappiamo cosa combini in giro”, “ho le immagini di te nuda, le pubblico e sei rovinata”, “la nuova moglie di mio padre mi trattava come una bestia”, “ero la schiava di tutta la famiglia”, “sono rimasta sola, con un figlio da mantenere e senza saper fare niente”, “se ai giudici racconto che ho fatto sesso fuori dal matrimonio, mi arrestano”, “non posso andare al lavoro da sola, mi accompagnano mio padre o mio fratello, ho paura di essere stuprata per strada”.

Queste frasi hanno un nome e un cognome, un volto, una geolocalizzazione, un lavoro, per lo più non retribuito. Sono gli sfoghi e le prese di coscienza di giovanissime donne, dalle città alle montagne dall’altra parte del Mediterraneo. Fotocopie di mille e una storia quotidiana di sopraffazione maschile e mentalità del possesso con cui facevamo i conti anche noi nel passato, e che anche da noi resistono a tutti i livelli. Il patriarcato succhia-diritti si declina e si riproduce, di cultura in cultura. Il cammino per la parità che ha imboccato il Marocco è un coraggioso sforzo di modernizzazione, compiuto soprattutto dalle donne, dalle associazioni femministe e caldeggiato dal re, per superare tradizioni e credo che, secondo i partiti filo islamisti come il Pjd di Abdelilah Benkirane, affondano le radici nei principi islamici. Abbiamo fatto un viaggio in un Paese segnato dalle forti contraddizioni, con punte di modernità e sacche di arretratezza profonde. Una società che sta lottando, molto molto lentamente, per liberarsi da una cultura che opprime il genere femminile fino ad annullarne identità e futuro. Storie che si riproducono simili, dalla capitale ai villaggi più remoti, dove Internet è una conquista e solo sul cellulare. Più ricchezza non cancella abitudini profonde di sopraffazione.

Il viaggio alle radici del patriarcato è un tour in un Paese musulmano, dove il monarca Mohammed VI è il primo sponsor di un cambiamento che ancora non arriva. “Quando le donne hanno accesso ai loro diritti, non danneggiano gli uomini”, aveva detto nell’agosto 2022, durante il discorso al Parlamento nel giorno della festa del trono. Un ulteriore aggiornamento del codice di famiglia (Moudawana) è atteso da anni. Qualche miglioria potrebbero arrivare nei prossimi mesi, annuncia il governo. C’è una commissione incaricata di studiare alcune modifiche, che ha ascoltato 1.500 associazioni in un centinaio di sedute. Eppure, le frange conservatrici resistono, tengono il Paese sotto il coperchio e bloccano il cammino dei diritti. Le Ong chiedono la completa abolizione dei matrimoni precoci e della poligamia, leggi sulla custodia dei figli più giuste – dove la tutela sia uguale nel matrimonio e nel divorzio –, sull’uguaglianza di genere nella successione o sull’equa eredità.

Così nel Paese convivono standard di vita simili a quelli occidentali, laureate, medichesse, dirigenti, sindache, che lavorano e viaggiano come da noi in città come Rabat, Casablanca, Tangeri e altri centri medio/grandi. “Prime donne” in alcune professioni fino a pochi anni fa solo maschili, una rappresentanza parlamentare che aveva fatto plaudere la comunità internazionale, ma che è più vetrina che realtà. E sullo sfondo, una cultura che fatica ad aggiornarsi. Che discrimina, sfrutta chi non nasce uomo. Il Marocco conta un triste primato nel mondo arabo: quello degli aborti illegali. Oscillano tra i 700 e 800 al giorno (ben oltre 200 mila l’anno, secondo le stime dell’Associazione marocchina per la lotta contro l’aborto clandestino). Proprio dai contrasti, dunque, esce più forte il grido di questo secondo mondo. Rappresentato da una moltitudine silenziosa di donne succubi, umiliate, che diventano scarti della società con poche possibilità di riscatto, quando vengono ripudiate, e cacciate perfino dalla famiglia, portando con sé l’onta dell’hshuma, la vergogna agli occhi degli altri. Ad esempio, di essere sola, colpevole di aver fatto sesso fuori dal matrimonio, tutt’ora un reato per lei e per lui (ma le donne pagano di più).

Sembra la parte più oscura del Medioevo, ma è un contesto diffuso. In Marocco, la sessualità è un tabù persistente e le gravidanze indesiderate sono viste come segno di immoralità. Il mancato accesso all’aborto medico provoca complicazioni a volte tragiche, che le famiglie cercano di nascondere. Rabat è al 136° posto su 146 (Global Gender Gap 2023) per uguaglianza di genere, opportunità economiche ed emancipazione. Tre donne su quattro sono ufficialmente disoccupate. Il 14% di donne si è sposato prima dei 18 anni (in Egitto è il 17), il 9% sono spose-bambine o ragazzine. Un terzo della popolazione vive in campagna. Il livello di alfabetizzazione sta crescendo (75%), la dispersione scolastica scende, anche grazie alla legge che mette in galera i genitori dei piccoli che non studiano. Ma il divario educativo tra maschi e femmine segna ancora differenze profondissime: una donna su tre non è andata a scuola, contro un uomo su cinque. Accade soprattutto a quelle nate prima degli Anni 90 nei contesti rurali, destinate fin da bambine ad essere chiuse in casa e spaccarsi la schiena. Sono chiamate “donne mulo”, lavorano nell’agricoltura o nel tessile, raccolgono la frutta destinata anche alle nostre tavole, o importano vestiti firmati, decine di chili di merce caricate sulla schiena, dal confine europeo di Ceuta al Marocco. Oppure sono petites bonnes, collaboratrici domestiche di chi può mantenerle, non necessariamente “ricchi”, dove il confine tra il lavoro e lo sfruttamento è sottile, anche se per fortuna sono più rari oggi i casi di stupro.

Il patriarcato abusante prolifera ovunque, non solo nelle regioni remote, con 96 mila denunce all’anno. Per cosa? 34.000 casi riguardano violenze che hanno portato la vittima a “indisporsi per meno di 20 giorni”, in 16 mila hanno accusato i mariti di “trascurare la famiglia”. 47 mila maschi non avevano legami di parentela con chi denunciava gli abusi. Stupri, violenze sessuali, discriminazioni di genere sono tra i reati che meno vengono a galla, per lo stigma sociale che circonda le vittime e le colpevolizza sempre.

Come racconta Suade, sulla trentina, gestrice di un B&B nel paesino di El Tilgouit, un borgo di case di argilla giù da una collina delle alture dell’Atlante, meta crescente del turismo da resort, e al tempo stesso realtà rurale. Il paesino, un presepe color terra, si sveglia all’alba con le donne già cariche di pesi, condivisi coi muli, che si dirigono verso i campi. “Come viviamo in questo villaggio? Molte di noi fanno le casalinghe, o fanno tappeti o allevano pulcini e galline – spiega –. La maggior parte delle giovani studia, ma solo pochi anni, perché non può comprarsi i libri. Quando si sposa lascia la scuola. Gli uomini invece arrivano alla terza media. I fidanzamenti iniziano a 15 anni, i matrimoni sono coranici, orali, senza documenti. Emanciparsi è molto difficile, non c’è lavoro, per noi donne meno che mai”. Suade ha fatto solo asilo e prima elementare, non sa scrivere (“so l’alfabeto, so sillabare”), ma sa contare, l’ha imparato facendo la “manager” dell’ostello. La seconda moglie di suo padre “mi trattava molto male”, non vuole specificare i dettagli, “non voglio più neanche ricordarli, provo troppo dolore”, dice. E allora è scappata, cresciuta da amici di famiglia, che le davano vitto e alloggio, in cambio di duro lavoro.

Noi donne dobbiamo parlare piano

“Noi donne dobbiamo sempre parlare piano, essere pudiche – commenta Zainab Fasiki, attivista, artista e autrice di un manifesto per la liberazione sessuale, che si prende gioco delle ipocrisie della società dell’hshuma –, mentre gli uomini hanno a disposizione più spazio, più possibilità. Umani senza utero controllano il nostro utero. Lasciateci in pace!”. Secondo lei, non è l’Islam in sé il problema, ma l’uso politico e patriarcale che se ne fa. Perfino il ciclo mestruale è ancora considerato simbolo di impurità: “Il 30% delle donne in Marocco ha accesso a prodotti igienici. Molte ragazze non sanno come trattare l’argomento. Molti uomini si allontanano dalle donne col ciclo, soprattutto durante il Ramadan, perché è considerato sangue impuro”.

La piccola grande rivoluzione del Moudawana, a Rabat le donne l’hanno ottenuta solo nel 2004, diciannove anni fa. Quando sono state introdotte norme come il controllo, non l’abolizione, della poligamia: la prima moglie oggi ha il diritto di dire la sua sull’arrivo della seconda, e così a salire. Formalmente è abolito anche il matrimonio sotto i 18 anni, ma la regola è aggirata costantemente. Come? Basta domandare l’autorizzazione a un giudice, concessa senza problemi, ad esempio perché la minore è rimasta incinta. E così, su 90mila richieste annue, ne vengono accettate in media circa 13mila. L’aggiornamento del codice di famiglia dà alla moglie anche la possibilità di chiedere il divorzio, la comunione dei beni e rivendicare l’eredità o la successione, in caso di separazione, di chiedere il riconoscimento del figlio. Ma la carta canta, e la realtà spesso smentisce: è ben più difficile per una donna dimostrare di aver ragione davanti a un tribunale, se non esistono prove del Dna per la paternità e non si può denunciare uno stupro, perché il sesso fuori dal matrimonio è reato e ci si condannerebbe da sole al carcere.

Aida, i tentati suicidi, Facebook e la violenza numerica

Molti abusi anche gravissimi sono taciuti, quando si va a denunciare. I carnefici possono sempre giocare facilmente col disonore delle vittime. È quello che è capitato ad Aida (la chiameremo così), che ha tentato due volte di uccidersi, come conseguenza di un amore malato finito. Siamo a Casablanca, quartieri Derb Gahleff e Hay Hassani. La storia della ventenne la raccontano Mehdi Laimina e Rajaa Hmine dell’associazione Atec (Association Tahadi pour l’Egalité et la Citoyenneté), nata proprio per salvare ragazze (e recentemente ragazzi) come lei, vittime di abusi online, nel vuoto totale di aiuti e di leggi. Fino al 2018 non c’erano norme che affrontassero quella che i marocchini in francese chiamano “violenza numerica”, la violenza sui social. “Lui, il fidanzato, aveva detto ad Aida che si sarebbero sposati. Poi non si sono sposati, ma lui ha iniziato a ricattarla chiedendole dei soldi. Tanti soldi, sempre più soldi fino a toglierle il fiato, perché ormai lei era una donna che aveva dormito con qualcuno. Lui possedeva sue foto e video intimi, diceva che li avrebbe diffusi a tutto il quartiere”. La donna è figlia di commercianti noti in zona, sapeva a cosa la sua famiglia sarebbe andata incontro e che sarebbe stata abbandonata da tutti. Solo una zia e un fratello si sono schierati dalla parte della giovane, “per gli altri famigliari il disonore di una parente non sposata e lasciva era troppo grande, e in queste situazioni ciascuno pensa a sé, al proprio interesse e alla propria reputazione sociale”, spiega Rajaa. Aida lavorava in un McDonald’s della città. Non le bastava lo stipendio (2000 dirham al mese circa, 180 euro) per placare la sete del suo aguzzino. Fino a che non ha radunato le forze ed è andata non dalle autorità, ma dai genitori di lui per chiedere aiuto: “Vostro figlio fa questo”, ha detto. La pressione ha avuto un qualche effetto, il ragazzo è stato allontanato. L’hanno mandato a Marrakesh a seguire gli affari di famiglia. “Dopo poco, ha ricominciato a ricattarla anche da lì. Le chiedeva altre foto osé o scambi sessuali, per non diffamarla pubblicamente”.

Per la legge 490, se lei avesse denunciato (come ha fatto), sarebbe stata accusata di prostituzione. Anche i maschi che fanno sesso fuori dal matrimonio sono sottoposti allo stesso capo d’imputazione, ma ad esempio in caso di tradimento, se lui è sposato e la moglie lo perdona, il reato decade. “Alla fine, la perseguitata rimane sempre lei. E noi prima, al nostro primo caso di questo genere, non sapevamo come aiutarla”, commenta Mehdi. “Questa storia ha portato a una legge contro la violenza numerica, ma una legge molto generica e lacunosa. Con la diffusione degli smartphone, i problemi dei reati via internet sono esplosi, anche i maschi ne sono sempre più vittima”. Quando Aida è andata in tribunale, ha riportato una realtà molto diversa dall’accaduto, ha denunciato solo la richiesta di soldi, senza spiegare perché. Si vergognava. Stava per iniziare il processo, poi è arrivato il colpo di grazia: il ragazzo ha trovato la via di fuga ancora una volta, ha aperto una pagina Facebook in cui ha chiesto l’amicizia a tutti i contatti di lei, e ha pubblicato quelle foto osé. “Aida ha ritirato la causa, travolta dall’infamia, dall’hshuma, ridotta a sparire come donna nella sua dignità più intima, in un Paese musulmano”. Oggi vive a Marrakesh, fa la prostituta.

Otto marocchine su 10, secondo Statista, sono state soggette almeno una volta ad atti di violenza. Il 71% delle giovani tra i 15 e il 19, il 68% di quelle tra i 25 e i 29 anni. Single e divorziate sono molto più esposte di vedove e sposate. Il 58% delle donne nel Paese è stata vittima di abusi online o molestie. Chi viene stuprata e abbandonata, e non ha più un posto dove andare, si può rifugiare nelle bellissime sale dell’associazione Insaf (Institution Nationale de Solidarité avec les Femmes en Détresse) di Casablanca. La sua direttrice, Amina Khalid, e le altre donne che organizzano alle “ripudiate” corsi per insegnare un mestiere, danno vitto, alloggio e protezione, spiega perché è vitale il loro supporto: “Arrivano qui ragazze anche di 13 anni incinte di sette, otto mesi che sembrano incinte di tre. Non vogliono ammettere quel che è successo, o non possono perché a violarle è stato il datore di lavoro che non riconoscerà mai il figlio. Sono traumatizzate. Fino a pochi anni fa, se andavi in ospedale a partorire senza un marito, i medici chiamavano i carabinieri per farti arrestare. La nostra mediazione è fondamentale”.

“Ma quel che deve cambiare in Marocco è la cultura”, spiega Saida Bajjou, da decenni attivista per i diritti delle donne, riuscita a sottrarsi al medesimo destino perché il maestro del villaggio aveva scommesso su di lei. Per Hicham Houdaïfa, giornalista e autore di “Schiena di donna, schiena di mulo” (Di Felice edizioni) e del recente “Travailleuses invisibles” (En toutes lettres), “la democrazia in Marocco dipende da quanti passi avanti sapremo fare verso la parità. Il dibattito pubblico è più importante delle leggi”.

Il dibattito e la cultura. Spinte nella direzione contraria a quella imboccata da Ibrahim, un signore di 42 anni di Ouaouizart, sempre un villaggetto dell’Atlante, che preferisce fare due anni di prigione dopo aver cacciato la moglie “perché era disordinata, sprecava il cibo e l’acqua”, e lui voleva risposarsi senza doverle pagare gli alimenti, dopo il divorzio non consensuale. Come dicono le femministe, “in Marocco, prima nasci maschio, poi ti trasformi in uomo, acquistando tutti i diritti ancestrali di virilità e potere”. Nella totale sopraffazione, dove “la legge del padre” padrone viene spacciata come legge di natura, che conserva la grande bugia del “sesso forte”, e spadroneggia più di uno stato di diritto inadeguato e da riformare. Di un patriarcato che crede di dominare, ma ha solo da perdere.

Meriem, sposa bambina:

“Ero la schiava di tutta la famiglia”

Il figlio di nessuno piange sulla spalla della mamma, mentre la nonna prepara il tè. “Cosa mi ha detto quando mi ha lasciata? Tu eri solo la nostra schiava. Sì, ha usato proprio queste parole. Eri la donna delle pulizie. Illusa. Se mi voglio sposare, ne cerco una vera… E da quel giorno non l’ho visto più”. Barbie senza speranze si chiama Meriem e ha 17 anni. Indossa una djellaba e un hijab rosa coordinati con le ciabatte, colore dell’estate 2023. Ma dell’eroina della Mattel, paladina dei diritti, questa adolescente dei monti dell’Atlante non ha nulla, nata in Marocco e lontana dai film.

Non sono solo i diritti che le sono negati. Ha perso anche le speranze e la voglia di riscatto. Gliel’ha seppellita un uomo, il suo ex marito, che aveva voluto sposarla ma per finta. Con rito coranico e tante promesse, ma senza mai accettare di registrare l’unione sui documenti, come accade ancora spesso nei contesti più arretrati del Paese. I dati ufficiali dicono che in Marocco le spose minorenni sono il 14%, a cui si deve aggiungere il sommerso.

Appena Meriem è rimasta incinta, il compagno è fuggito da ogni responsabilità. La ragazza posa il piccolo, che ha allattato, e mostra su un vecchio Galaxy con lo schermo rotto, l’unico segnale di modernità nella sua casa oltre alla corrente elettrica, le foto delle nozze. Quando era vestita come la principessa Shahrazad de Le mille e una notte, con una corona in finto oro, truccata in modo vistoso e mascherata di sorrisi che non sa neanche più come si fanno. Ci allunga il telefono e lo sguardo si fa perso, svanisce. “Quando ho deciso di lasciare la scuola, due anni fa, non immaginavo di finire in un buco nero”, dice. È arrivata a pensare che sarebbe stato meglio se si fosse ammazzata, a poco più di 17 anni e con un figlio da crescere. “In sei mesi, soli sei mesi, la mia vita è stata rovinata. Sono diventata una donna “اتطرد”, taradouha, una “cacciata””.

Sola, giovanissima, con un “bambino del peccato” da riportare in famiglia, senza soldi, senza istruzione, con disonore, ripudiata perché la sua relazione era andata male. Per arrivare alla sua casa nel villaggio di Ouaoulla, regione di Azilal, ci arrampichiamo sulle montagne mozzafiato dai colori pastello rosso, viola, marrone dove campeggia, visibile mentre si ascende, l’enorme scritta “Dio, patria, re”. L’Atlante si trova al centro-sud del Paese, è la stessa regione devastata dal terremoto a inizio settembre scorso, che ha sbriciolato 600 paesini e ha provocato quasi 3000 vittime ufficiali. Ha aggiunto miseria alla miseria. Dobbiamo fare due pause, parlare con chi ci farà entrare, garantirà per noi, per visitare Meriem. Non è gradito, in Marocco, porre enfasi sullo stuolo di spose bambine o ragazzine che ancora resiste, e sulla condizione di nullità a cui sono ridotte dalle famiglie e dai maschi.

Arriviamo in un contesto di povertà estrema, che sembra un tuffo in un’era arcaica di disarmante semplicità. Mentre Meriem parla, il figlio Youssef che ha quattro mesi si attacca al seno per la poppata. È un sans papier. Non ha nemmeno i documenti, non esiste, come una bestia. Ibrahim, il padre, introdotto in casa dallo zio materno, ha sposato Meriem per capriccio, ma dopo poco ci ha ripensato, e non c’è stato problema a dissolvere ogni vincolo. “Vai a denunciarmi se hai il coraggio – ha detto –. Non hai neanche i soldi, non hai una prova che io sia il padre”. Il codice di famiglia marocchino, il Moudawana, quando la donna riesce ad arrivare al processo contro il marito, per la stragrande maggioranza dei casi favorisce gli uomini.

Ti trovi sola, se ti va bene qualche parente ti resta al fianco superando la vergogna di accompagnare una donna ripudiata. Sei senza soldi, senza aiuti, senza casa perché anche la tua famiglia non ti accetta più. Se reggi il peso e sopravvivi al fallimento e al dolore di un amore tradito e di un figlio non accettato, comunque la legislazione rende molto complicato e costoso ottenere il riconoscimento del piccolo, risarcimenti e diritti di successione.

Meriem l’ha sperimentata, la scomparsa di sé. Stava frequentando il collège due anni fa, quando di anni ne aveva 15. Partiva la mattina facendo chilometri a piedi, pur di studiare, perché il bus non arriva al suo minuscolo paesino. Poi, ha conosciuto Ibrahim, che aveva da poco passato i 20. Era la sua grande opportunità, ha pensato. L’occasione per non pesare più su mamma Hlima, che lavora nella raccolta delle olive marocchine da destinare agli oli di mezza Europa, per mantenere lei e la sorella, una ragazza bellissima, disabile non udente. Non che Ibrahim fosse chissà che, “non mi sono chiesta neanche se fosse bello o brutto – dice –. Solo mi dava attenzioni, mi prometteva una vita felice con lui e la sua famiglia fuori da casa, si interessava a me”.

Meriem sta seduta a terra nel salotto vuoto, in una casa di fango coi mattoni a vista e senza intonaco, né quadri, né riscaldamento: “Facciamo con le coperte”. In novanta metri quadri di muri, ci sono solo luce, frigo, materassi a terra e due armadi. Al posto della cucina, altri mattoni e un gas. Il bagno è la turca. L’acqua si tira coi secchi e si prende alla fonte con i fustoni usati del detersivo. Al posto delle porte, sventolano teli appesi coi chiodi, grandi foulard blu. I divani sono cuscini sul pavimento. C’è il tappeto dove si sta scalzi, tutto è lindo come in una reggia. Lei versa un tè alla menta buonissimo, lo fa roteare da mezzo metro, nei bicchierini per dargli più sapore. Poi, porta un tajin di pollo, si sforza di mangiare, perché glielo chiediamo. Quel tanto che avanza, pochi minuti dopo, lo mangeranno in segreto dal nostro stesso piatto la mamma, la sorella e una signora ospite, venuta per rinfrescare l’henné sulle mani.

La giovane ha poca voglia di raccontare del suo matrimonio minorile con Ibrahim. Gli occhi vitrei color nocciola sorridono sempre, ma piangono. Man mano che ricorda è un fiume in piena, parlare serve. Meriem si rilassa, piena di grazia, piena di rabbia: “Siamo stati insieme sei mesi, prima che io restassi incinta. I preparativi per le nozze sono durati una settimana, ci siamo sposati a casa sua nel villaggio a mezz’ora da qui. La nghefa (truccatrice) mi ha aiutato a diventare una sposa, tutto era pieno di rose e tappeti, le donne cantavano, lui mi prometteva amore. La sua famiglia ha pagato: 4000 dirham (350 euro circa, ndr), più 400 per la festa”.

Passato il sogno ad occhi aperti, è arrivata la realtà. Era diventata la serva di casa: “Di lui, della madre di lui, del padre, del fratello, della sorella e del marito della sorella – spiega –. Ibrahim mi picchiava. È normale, pensavo. Capita a tante. Sorridevo, non volevo perderlo. Poi, ho realizzato che aspettavo Youssef”. E dire che mamma Hlima aveva insistito perché non mollasse gli studi, e anche Omar Majjane, presidente dell’associazione Semnid per lo sviluppo sociale, instancabile mentore, che va per villaggi a recuperare figli della povertà e riportarli a scuola.

Aveva anche provato a farsi giustizia. Raccogliendo i risparmi della mamma, “160 dirham per la denuncia che mio marito se ne è andato, senza registrare il matrimonio e con un figlio non riconosciuto, più 430 per l’avvocato”. Aveva preso un passaggio per andare nel paese di Azilal, giù dalla montagna, e far valere qualche diritto nei confronti di Ibrahim. “Al tribunale, non mi hanno nemmeno considerata. Non hanno accettato il fascicolo”, racconta piangendo. I giudici erano tutti uomini. Forse Meriem ha presentato troppe cause tutte insieme, ci spiega Saida, la mediatrice.

Lo schema dell’impunità e della fuga dalle responsabilità, per gli uomini, è molto spesso lo stesso. Negano tutto, per non dover pagare, per poi potersi risposare. Sono addirittura disposti a finire in carcere, per non tirare fuori i soldi che devono alle madri per i figli di cui non si occupano, riconosciuti e non. La rabbia della 17enne sembra un grido nel deserto: “Non so perché hanno fatto le leggi, se tanto poi non servono a nessuno. Io, da donna marocchina, non ho avuto voce, ma guardate queste foto se non mi sono sposata davvero. Guardate mio figlio, se non è nato da quel matrimonio e non è un essere in carne ed ossa”.

C’è un termine che definisce molto bene il tipo di amore in cui credeva Meriem: lei era portatrice di “hanàn”, qualità emotiva tutta marocchina, una sorta di tenerezza gratuita, incondizionatamente disponibile, che non minaccia di riprendersi indietro nulla. Dopo che il primo uomo l’ha illusa e abbandonata, si sente finita nella maledizione di Shahrazad, la sventurata principessa della novella che ogni sera racconta favole meravigliose al suo sultano per non essere decapitata. “Mi sono chiesta a lungo cosa avessi sbagliato, perché non andassi bene a lui”, dice. Domandarsi perché era stata lasciata è stata la sua ossessione. Ad oggi, abbandonata da un anno e madre da sei mesi, vive solo al passato: “Sì, mi ha rovinato. Non credo che lavorerò mai più, anche se ho solo 17 anni. Chi lo dà un lavoro a una madre single?”. E ancora: “Io non volevo davvero smettere di studiare, ma quando diventi moglie, non puoi volere tutto”. La più grande fatica per lei è legittimarsi ad avere dei diritti. Immaginarsi diversa. Immaginarsi viva e con un futuro. E se le cose fossero andate diversamente? proviamo a chiederle. “Avrei voluto imparare la professione agraria – spiega –. Invece, ora penso che non lavorerò mai più”. Come una lamata nell’aria, esprime un senso di colpa di esistere e aver fallito, da neanche maggiorenne: “Avrei dovuto uccidermi, ecco la verità. Ho rovinato tutto, ho portato disonore sulla mia famiglia. Non sono capace di fare niente”. Si piega su di sé per raccogliere le forze, piange e sorride dolcissima: “No, non sogno niente”.