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I vincitori della Prima Edizione

1 Luglio, 2020

I primi frutti del Premio “Giornalismo a testa alta” dedicato alla memoria del reporter e inviato di guerra davvero speciale Mimmo Càndito, scomparso il 3 marzo 2018, sono due lavori: uno già svolto, uno ancora da effettuare. Oltre alla sezione Opere, infatti, il Premio ha voluto aiutare concretamente – anche nella consapevolezza della crisi del settore – la realizzazione ex novo di un réportage giornalistico, con la sezione “Progetti”.

In entrambi i casi si tratta di viaggi tra dati e documenti, analisi politiche e testimonianze, ma soprattutto tra volti e storie di persone concrete, capaci di raccontare dalla loro angolazione i tempi che stiamo vivendo. Un giornalismo che prova a rispecchiare in ambito internazionale, nello spirito di Mimmo, l’indipendenza nella ricostruzione e nella rappresentazione dei fatti, per interpretarli e collocarli nel loro contesto storico, geografico e culturale. Un giornalismo che non rinnega l’uso della tecnologia ma che affianca agli algoritmi di Google il compito inderogabile di un cronista: verificare di persona la notizia.

Il Premio si è completamente autofinanziato, attraverso un crowdfunding online al quale hanno partecipato con solo colleghi e amici di Mimmo ma anche lettori ed estimatori che lo hanno apprezzato negli anni attraverso i réportage e i libri.

Non è stato facile per la Giuria – composta dalle giornaliste Marina Verna ed Emmanuela Banfo, e dallo storico e docente Alessandro Triulzi – scegliere tra le trenta candidature ricevute (metà donne, metà uomini, dai 56 ai 26 anni). La preselezione ha consegnato alla Giuria due cinquine di ottimo livello. Tra i partecipanti ci sono giornalisti affermati della carta stampata, tv e web, e giovani alle seconde armi, freelance e articolo 1.

I vincitori

Categoria Opere – Simona Carnino

Per la categoria OPERE il Premio va a “L’epopea dei migranti centroamericani al tempo di Trump” di SIMONA CARNINO, per rigore, completezza, carica emotiva. Pubblicata su “Missioni Consolata”, l’indagine affronta le sfaccettature del fenomeno migratorio nel Centro America con rigore di analisi, completezza nella raccolta dei dati e diversificazione delle fonti. L’autrice racconta storie senza condiscendere alla retorica o alla spettacolarizzazione. In coerenza con il giornalismo di Càndito, Carnino sperimenta in prima persona ciò di cui scrive: la narrazione è il risultato di un lavoro antecedente di studio e approfondimento del tema.

Categoria Progetti – Marco Benedettelli

Per la categoria PROGETTI il Premio è assegnato a “Da braccianti a operai per il mercato globale. Il nuovo proletariato etiope del polo industriale di Mekelle” di MARCO BENEDETTELLI per originalità, coinvolgimento diretto e conoscenza dell’area. L’inchiesta verte su un tema per lo più ignoto al grande pubblico ma di grande portata per il continente africano, la crescita di una nuova classe operaia in un Paese che esce da un ventennio di guerra con la confinante Eritrea e che mantiene affollati campi profughi, e una popolazione in fuga dall’economia contadina. La regione del Tigray, nel nord, appare come un’area di interesse strategico sia per la comprensione del faticoso processo di industrializzazione in atto, sia per il modello economico del governo regionale, basato sulla produzione di beni a basso costo per l’estero. Due banchi di prova importanti per le promesse di “Rinascimento africano” nel più importante Stato-nazione dell’Africa Orientale.

I finalisti della Prima Edizione

Dei 30 candidati al Premio sono stati selezionati per la Giuria dieci finalisti, e non è stato facile poi decidere i due vincitori, poiché tutti i lavori sono meritevoli di attenzione. La Giuria ha perciò deciso di non conferire alcuna menzione speciale alle otto candidature giunte in finale.

Sezione OPERE

LAURA BATTAGLIA con “Yemen, un paradiso in polvere” offre uno sguardo privilegiato su una delle peggiori crisi del pianeta. Il colloquio con le popolazioni di Mocha e Hodeida è molto diretto e fa emergere i dettagli più crudi e tutto l’ orrore della guerra.

DANIELE BELLOCCHIO. “Il Ciad, in fuga da Boko Haram”, narra una periferia estrema del paese, lontano dalle battaglie di Mosul e Raqqa. Se ne leggono gli orrori attraverso le voci delle vittime, i sopravvissuti, i profughi in fuga sulle sponde del lago Ciad, i soldati male equipaggiati che devono affrontare i jihadisti.

L’inchiesta di NELLO SCAVO, “Libia, tra segreti di Stato e accordi indicibili”, condotta da passione e indignazione, porta alla luce i compromessi indicibili fra l’Italia e la Libia, cercando di scoperchiare la “versione ufficiale”.

“Venne alla spiaggia un assassino” è il libro di ELENA STANCANELLI, che racconta la propria partecipazione alla spedizione di una ONG italiana. Un diario di bordo originale ed autorevole, dal quale emergono disagi e pericoli delle tragedie che quotidianamente si consumano nel Mediterraneo.

Sezione PROGETTI

VIOLA HAJAGOS, in “Centroamerica e diritto di aborto”, parte dal tema dell’aborto per analizzare l’estremo disagio femminile dell’area. Il valore del progetto è nella pluralità delle fonti: interviste alle protagoniste, analisi dei dati, valutazione dell’informazione locale.

“I gecekondu di Istanbul” di FRANCESCO PASTA, propone di analizzare le trasformazioni urbane in corso in alcuni gecekondu, i quartieri più poveri ed in difficoltà di Istanbul, esaminandone i risvolti sociali e politici nella Turchia di Erdogan.

“Oltre il confine: migranti attraverso il Marocco” di ROBERTO PERSIA, MAGED SROUR e GIOVANNI CULMONE. Cosa succeda davvero agli immigrati che passano dal Marocco è un mistero. L’Europa firma accordi e trasferisce fondi pur di non vedere. La proposta pone buone premesse per scoprire verità scomode non solo per i governi sovranisti.

SARA TONINI in “Il ruolo di internet nella resistenza palestinese” scrive: “Il progetto si propone di rappresentare la resistenza palestinese di oggi perché, più di altre, parte da un presupposto fondamentale per ogni sviluppo democratico: l’informazione”. Il ruolo giocato dai social media rappresenta un punto di vista originale e prezioso sul conflitto arabo-israeliano.

Il braccio legato dietro la schiena

13 Maggio, 2020

C’è stato un tempo in cui l’informazione condizionava davvero i comportamenti del Potere, e il Potere metteva in atto le prime difese. Ce ne parla Mimmo Càndito in un brano del libro antologico “Il braccio legato dietro la schiena”.

Quando il generale Schwarzkopf in partenza per il Golfo, nell’estate del ’90, si presentò alla Casa Bianca per salutare George Bush, comandante in capo della guerra che si stava preparando per liberare il Kuwait, il presidente degli Stati Uniti accomiatò il suo generale con una frase ch’era già un progetto organico, il disegno d’una vera strategia: “E ora mi raccomando, caro Schwarz, faccia in modo che non dobbiamo combattere più con un braccio legato dietro la schiena”. Quel “braccio legato” era il risultato del racconto che del conflitto in Vietnam avevano fatto i corrispondenti di guerra, il massacro di My Lai, la mancanza di una strategia convincente, lo stolido gap di una guerra asimmetrica tra i bombardieri a stelle e strisce e le tattiche di guerriglia dei vietcong: scossa, turbata, angosciata da quei marines morti che vedeva apparire ogni giorno nel televisore di casa, la società americana s’era mobilitata a chiedere il ritiro dei G.I. Men, condizionando perciò drammaticamente la condotta militare e le scelte politiche della Casa Bianca. Ora il Presidente chiedeva una strategia nuova.

L’ebbe. Si chiamava “News management”, gestione delle notizie. Cioè controllo dei flussi informativi a monte, nella fase della produzione ancor prima che in quella dello scambio con i mass media. E questo vuol dire che oggi non si lancia l’attacco di una guerra se, prima, non si è messa a puntino la macchina informativa che deve saziare in modo addomesticato la bulimia dei giornali e dei telegiornali: da quei giorni di Schwartzkorpf gli eserciti hanno imparato a ingaggiare le più importanti agenzie pubblicitarie (lo fanno gli americani ma ormai lo fanno tutti – Milosevic se ne servì spudoratamente nella guerra del Kosovo) , montano con il loro aiuto apparati semiclandestini di “disinformazione”, e soprattutto preparano come per una recita teatrale la routine delle conferenze stampa quotidiane, dalle quali viene poi fornita la versione ufficiali dell’andamento della guerra.

In Qatar, nei mesi dell’ultimo assalto a Saddam Hussein, il tendone che raccoglieva i giornalisti per il briefing con il comando americano, ricreava una messinscena hollywoodiana, pensata, disegnata e gestita, come il set d’un remake del vecchio Lawrence d’Arabia; a organizzarla erano stati chiamati autentici scenografi di Hollywood, ingaggiati proprio per la loro capacità di contribuire credibilmente a trasformare in realtà la finzione.

A questo punto, il fotogramma di William Russell, il primo corrispondente di guerra della storia, sul fronte in Crimea, e quello di Monici, della Botteri, di Negri, di Chierici, sul fronte di Baghdad o su quello di Kabul, ormai non combaciano più.

La Giornata Mondiale della Libertà di Stampa

4 Maggio, 2020

Su iniziativa di “Ossigeno per l’Informazione” è nato il sito www.giornalistiuccisi.it. Se ne parla oggi 3 maggio in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, promossa ogni anno dall’Unesco. 
Il sito permette di conoscere da vicino la vita e il percorso professionale dei giornalisti uccisi negli ultimi anni nella ricerca della verità che riguarda eventi e tragedie consumate nel nostro Paese. 

Per la prima volta, sotto il titolo “Cercavano la verità”, il sito ha messo insieme le storie dei giornalisti uccisi negli ultimi 60 anni dalle mafie, dal terrorismo e dai conflitti all’estero: da Cosimo Cristina a Carlo Casalegno, da Giancarlo Siani a Fabio Polenghi e Andrea Rocchetti a Ilaria Alpi

L’idea è quella di costruire un filo rosso che colleghi le iniziative già avviate nel tempo per ciascuno di questi “martiri dell’informazione”, rendendo più accessibili i dati e le storie fin qui accumulate, grazie anche al coinvolgimento dei familiari delle vittime. 

La promessa è di tenere un aggiornamento costante che mostri il costo enorme anche come vite umane, del lavoro di tanti giornalisti coraggiosi  e devoti alla causa autentica della professione: il diritto-dovere di informare.

Dunja Mijatovic, commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ha spiegato: “Questo archivio, insieme al Pannello che ritrae i loro volti, realizzato da Ossigeno, ci permette di scoprire le loro vite e ci fa condividere i loro sogni, interrotti improvvisamente e prematuramente. Ci fa conoscere inoltre le loro famiglie e ci aiuta a comprendere cosa abbiamo perso con la loro morte”. 

L’associazione Ossigeno per l’informazione ha cominciato il suo lavoro nel 2006, con l’intento di analizzare e rendere documentazione delle minacce e delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti italiani, per lo più i cronisti che si occupano di criminalità organizzata e vanno alla ricerca delle vere storie all’interno di quel mondo spietato.

Nicola Caracciolo e Giulietto Chiesa

30 Aprile, 2020

n questi giorni, così densi di eventi tragici, sono venute meno le voci di due giornalisti, molto diversi tra loro, ma accomunati dalla vocazione all’indipendenza da ogni condizionamento esterno, di testata, di partito, di ambiente sociale e culturale cui pure appartenevano.

Per questi motivi, un premio che nasce dalla memoria e dall’esperienza di Mimmo Candito li ricorda con grande rispetto e condivide il dolore di Rossella Sleiter, consorte di Nicola Caracciolo, e di Fiammetta Cucurnia, consorte di Giulietto Chiesa.
Quale inviato  de “L’Avanti!” in Algeria, Nicola fu addirittura arrestato dalle autorità militari francese. Corrispondente de “La Stampa” a Washington, negli anni della protesta contro la guerra nel Vietnam e della grande marcia di Martin Luther King, non fece mai mancare ai suoi per lo più moderati lettori torinesi quanto osservava il suo vigile occhio di cronista, debitamente critico della politica di Nixon e di Kissinger. Successivamente diede tutto il suo impegno alla causa dell’ambiente, guidando la lotta vittoriosa contro l’impianto nucleare di Montalto. L’attitudine alla comprensione delle motivazioni dell’avversario, la mitezza e l’eleganza dei modi, non interferivano con la totale intransigenza con cui testimoniava  i suoi valori, praticando conseguenti obiettivi.

Analoga  intransigente indipendenza si ritrova nella storia giornalistica e politica di Giulietto Chiesa. Nella prima fase della sua vita pubblica comunista del tutto ortodosso, quale corrispondente de “L’Unita’” a Mosca, con totale libertà, illustra limiti e contraddizioni della quotidianità sovietica – al punto di spingere le autorità  a sollecitare la sua sostituzione che Enrico Berlinguer, segretario del Pci rifiuta – fino a individuare, per primo o tra i primi, i segnali della “perestrojka” che segnera’ la rivoluzione democratica guidata da Michail Gorbaciov e il crollo del Muro di Berlino. Dopo avere lavorato per “La Stampa” e per la Rai, negli anni successivi, egli diventerà uno dei suoi principali collaboratori, durante e dopo la sua sostituzione, favorita se non imposta da Washington, con Boris Eltsin.Esigenza fondamentale della sua concezione della professionalità era quella di esprimere con piena liberta’ e anche intuizioni, cercando e cambiando di volta la sede, il mezzo e la testata che glie lo avrebbe consentito

Un racconto di Mimmo

12 Aprile, 2020

Questa lunga interruzione del filo che lega Mimmo con chi ama la sua scrittura e la sua figura, ha ovviamente un significato molto tragico, legato al tempo del Covid-19 che stiamo vivendo e che ci fa contare ogni giorno migliaia di vittime nel mondo.
Però abbiamo pensato che forse il racconto di qualche avventura della sua vita spericolata possa servire a distrarci nel chiuso delle nostre case, in una prigionia salvifica che un giorno ci porterà verso una vita forse diversa da come l’abbiamo vissuta finora.
Questo brano tratto da “55 Vasche” sembra la versione più moderna e accorata di un film western. In realtà Mimmo ci racconta una storia che gli è accaduta, e gli è tornata in mente in un momento assai buio della sua vita. Facciamoci , vi prego, un po’ di compagnia.

“Quando senti che vogliono ammazzare proprio te
ma tu non puoi farci nulla

La morte vera, quella che ti mettono in una cassa di legno, non quella ipotetica d’una brutta storia quotidiana, e peró sei riuscito a venirne fuori, e allora tutto quello che hai d’attorno, e le cose che ti dicono, le cose che devi fare, tutto viene valutato con un distacco e una serenitá che possono avere soltanto coloro che hanno superato prove estreme, e sono pochi. In guerra mi era accaduto molte volte, di finire sotto tiro, quando il sangue davvero si gela perché senti che vogliono ammazzare proprio te ma tu non puoi farci nulla; e alla fine, se ne esci, per una delle tante mille circostanze che in guerra non hanno alcuna logica, perché in guerra vivi e muori allo stesso modo, allora ogni passo, ogni respiro, sono come il primo passo, e il primo respiro, d’una vita nuova.

Un mattino, a Korramshar, nel Sud dell’Iraq, seguendo l’avanzata delle truppe di Saddam che invadevano l’Iran, in tre o quattro di noi ci trovammo imbottigliati sotto il tiro di una pattuglia khomeinista, che ci puntava dall’alto d’un corto rialzo del terreno. Due di noi, Mo del “Corriere” e Lami del “Giornale”, buttandosi giú e appiattendosi come biscie impaurite, riuscirono a ripararsi dietro le ruote di un grosso jeeppone sfondato da una cannonata, e stavano immobili, con il cecchino che li cercava nel suo cannocchiale; erano in trappola, non sapevano che cosa fare per uscirne, perché – a ogni piccolo movimento – quello da lassú tirava a colpire. Sgusciai via, allora, dal rudere d’una casa in macerie dove io mi ero rifugiato, e strisciando addosso al muro, appiccicato ai mattoni come un vecchio francobollo che non vuol staccarsi, lentamente, centimetro dopo centimetro, arrivai a pochi passi dai miei due compagni, per dargli a voce un conforto, certamente, ma anche qualche indicazione che potesse aiutarli. Avevo il cecchino di fronte a me, lí in alto, e loro due erano in mezzo, tra me e quello; ma loro erano ciechi, chiusi dal jeeppone che gli salvava la pelle, mentre io potevo vedere i colpi che partivano. E sentivo il sibilo del proiettile che mi sfiorava, perché quello – lí, in alto – seguiva i miei spostamenti e mi cacciava.

Duró un tempo che non finiva mai, giocando un rimpiattino mortale con il pasdaran che doveva avere un caricatore lungo quanto i mille racconti di Sharazade. Ma in quel tempo immobile, mentre nel vuoto dell’aria sentivamo le cannonate della battaglia di fianco a noi, trovammo alla fine il modo anche di scherzarci su, in un dialogo surreale tra me che stavo dietro il muretto e loro due schiacciati a terra a 4 o 5 metri da me; parlammo di tutto, ci prendemmo in giro, ci passammo istruzioni su come sopravvivere, “non muovere il tuo culone che finisci dentro tiro”, “attento al braccio, lascialo dov’é”, “no, no, fermo, non me ne fotte niente che la gamba ti fa un male boia”, ci raccontammo il passato e il futuro, il giorno e la notte, nella disperata attesa di trovare una qualche via di fuga, mentre quello continuava a tirarci addosso e vedevo che spostava di continuo la sua posizione per metterci meglio a fuoco. Alla fine, un carro armato iracheno, un vecchio T-62 che stava avanzando lentamente, ci arrivó addosso e, vedendo i segni disperati che gli facevo e le indicazioni che tentavo di fargli capire, s’interpose davanti al jeeppone e puntó il suo cannone verso il rialzo, tirando due colpi.

Mo e Lami si sganciarono come lepri in fuga, e ci rituffammo tra le macerie di quel rudere di casa. Ci abbracciammo, ma avevamo un’aria un po’ stralunata, e non dicemmo piú nemmeno una parola. In quel rudere s’era rifugiata anche una piccola squadra di soldati iracheni, che pareva non avessero alcuna voglia di stare in battaglia e, soprattutto, non glie ne fregava niente di noi tre disgraziati presi in quell’inferno, lá, fuori. Peró, con sorrisi larghi, con gesti esagerati di cortesia, quando ci videro rientrare ci offrirono una tazza del té che stavano facendo bollire in un angolo. Lo bevemmo da un’unica ciotola di latta, a turno. Era caldo e molto dolce. Con Ettore e Lucio non abbiamo mai piú parlato di quella storia, ma ce l’avevamo dentro di noi, e lo sapevamo.

Poi, anche caricammo su una jeep dei soldati un nostro collega, uno jugoslavo, che era stato colpito alla fronte, forse da quello stesso cecchino, e il colpo lo aveva preso da un lato e fuoriuscito dall’altro, ma non l’aveva ammazzato perché il tiro s’era avvitato per la forte distanza. Lui cercava di sorridere, pallido bianco; con la carta igienica presa dal borsone tamponavo alla meglio il sangue, che era rosso vivo e gli scivolava giú dal mento e sul petto. Lo portammo all’ospedale, e si é salvato; lo incontrai qualche giorno dopo, sempre a Khorramshar, che un turbante di garza gli fasciava la testa.


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