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Convegno sul diritto alla conoscenza

18 Giugno, 2021

IL DIRITTO ALLA CONOSCENZA
I WHISTLEBLOWERS. I CASI ELLSBERG, ASSANGE, SNOWDEN

Il diritto alla conoscenza

Promosso insieme al Premio Mimmo Cándito, con la collaborazione di Fondazione Lelio e Lisli Basso, la Fondazione Paolo Murialdi, Professione Reporter, L’Indice dei libri del mese, Critica Liberale

SENATO DELLA REPUBBLICA, AULA IV COMMISSIONE
VENERDÌ 25 GIUGNO 2021, ORE 10.00

Segui l’evento in diretta streaming su: WEBTV.SENATO.IT

(clicca sull’immagine per ingrandire)

La giornalista turca nelle spire della censura di Erdogan
“Giornali controllati, reporter in cella… e i casi Draghi e von der Leyen”

20 Aprile, 2021

Giordano Stabile, autore di questo reportage comparso il 19-4-2021 su La Stampa, quando lavorava in redazione a Torino ha frequentato a lungo Mimmo Càndito. E un po’ si intuisce la fascinazione per la sua scrittura, nell’ambientazione di una livida Istanbul e nella drammatica intervista  alla giornalista Ipek Yezdani, che racconta la deriva dell’informazione libera in Turchia ai tempi di Erdogan. 


Giordano Stabile

C’è soltanto qualche cane randagio a trotterellare lungo Sulayman Seba. A parte un minimarket e un fruttivendolo, è tutto chiuso, e la sfilza di bar e ristoranti che di solito brulicano di clienti hanno un’aria spettrale. Dall’imbarcadero sul Bosforo la strada dedicata al patron della squadra del Besiktas sale ripida. Una statua lo ricorda all’ingresso di un piccolo giardino. Ipek Yezdani racconta qui la sua storia, in una Istanbul nella morsa del Covid e del coprifuoco che cristallizza dalle sette di sera del venerdì al mattino del lunedì questa megalopoli di 18 milioni di abitanti. Ma la cappa più oppressiva è quella calata sui giornalisti come lei. Essere imparziali, riassume, «non basta più». Se non hai una posizione pro-governativa diventa impossibile lavorare. Yezdani, di origini azero-iraniane da parte di padre, ci è passata in pieno, ha sceso tutti i gradini nel giro di vite contro i reporter non allineati che ha fatto precipitare la Turchia alla 154ª posizione nella classifica della libertà di stampa.

Corrispondente dalle Nazioni Uniti da New York per il «Cumhuriyet», il principale quotidiano repubblicano e di sinistra, poi firma internazionale di «Hurriyet», ha visto i margini di manovra stringersi sempre più, soprattutto dopo il fallito golpe del 2016, fino a perdere il posto e la possibilità di scrivere per qualsiasi giornale nazionale.

Ora collabora con testate straniere, guadagna «anche meglio», ma sempre con la tensione di una possibile querela, o peggio dell’arresto. È in questo modo che si schiaccia la stampa libera in un Paese dove comunque ci sono partiti di opposizione, una società civile molto vivace. «Il governo non interviene direttamente, preferisce utilizzare imprenditori amici per prendere il controllo dei principali gruppi mediatici e poi indirizzarli». È successo così con «Hurriyet». L’ editore Aydin Dogan aveva costruito un piccolo impero, con giornali e tivù. Le pressioni sono state tali che ha dovuto cedere tutto a Yildirim Demiroren, vicino al potere. «Era il 2018. Il nostro direttore ha resistito e ci ha difesi per un anno e mezzo. Poi è stato costretto a dimettersi, e sono scattati i licenziamenti, mirati, 35. La maggior parte di quelli che non sostenevano la linea governativa. Non ci hanno pagato neanche la liquidazione». Una lotta durata mesi, con tutti i mezzi. «Abbiamo aderito al sindacato dei giornalisti. In Turchia il livello di sindacalizzazione è molto basso. Ma se in una testata si supera una certa soglia percentuale di iscritti, scattano maggiori tutele. Quando ci siamo avvicinati sono partiti i licenziamenti».
Yezdani ha trovato un altro lavoro, in una nuova emittente, Olay Tv. «È durata 26 giorni». Ma non si è arresa e non ha voluto lasciare il suo Paese. L’orgoglio nazionale resta intatto, nonostante la repressione delle libertà. Per questo le parole del premier italiano Mario Draghi, che ha definito il presidente Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», non l’entusiasmano. «A essere sincera questa polemica qui non è stata molto sentita. La gente ha problemi ben maggiori. La crisi economica è esplosa con il Covid. Ci sono persone costrette a rovistare fra gli scarti dei supermercati per trovare qualcosa da mangiare. Non ci ricordavamo più scene di questo tipo, ci portano a un lontano passato di miseria. Per quanto riguarda le libertà, basta guardare ad alcuni dati. Siamo agli ultimi posti al mondo per la libertà di stampa, e ci giochiamo il primato con Cina e Iran per numero di reporter in carcere. Accuse pretestuose per “terrorismo” ti portano dietro le sbarre. E se non appoggi apertamente il governo, finisci per strada».

Si sente più toccata dal trattamento subito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con quella sedia mancante che sa tanto di maschilismo. «Sì, c’è molto machismo, ma anche da parte del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, va detto. È un problema della Turchia, e di tanta parte del mondo. C’è sessismo nelle redazioni, per mia esperienza, pure in America o Gran Bretagna». E ad aggravare le cose è arrivato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul. «Non sono sposata e quindi non devo difendermi da un marito che mi picchia – ironizza amara -. Però conosco molte donne che con l’aiuto della Convenzione si potevano difendere dalla violenza, soprattutto dopo il divorzio». La Turchia è stato il primo Paese a firmare la Convenzione, dieci anni fa, ricorda. Perché proprio adesso questa decisione? «Il partito al governo, l’Akp, è in difficoltà e cerca voti negli ambienti più conservatori. Ma resta comunque in crisi e non credo che se oggi si votasse, in elezione corrette, riuscirebbe a vincere».

La Corte Europea contro le intercettazioni ai giornalisti:
“Tutelare le fonti segrete”

16 Aprile, 2021

di Fabrizio Assandri

Un punto per la libertà di informazione. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo boccia le intercettazioni dei giornalisti. Il caso riguarda una reporter di Radio Free Europa, con sede a Kiev: per la corte di Strasburgo lo Stato non aveva diritto a intercettarla e nemmeno a “georeferenziarla”. Misure giudicate “sproporzionate e non giustificate” e ancora “non necessarie in una società democratica”. 

La sentenza, depositata a inizio aprile, arriva mentre in Italia si scopre di decine di giornalisti intercettati dalle procure, come quelle di Trapani e di Ragusa nel corso di indagini in tema di immigrazione. Tanto da spingere la ministra della Giustizia Marta Cartabia a inviare gli ispettori. Il caso sul quale si sono espressi i giudici della Corte Europea, Sedletska contro Ucraina,  si riferisce a una fuga di notizie dall’Autorità Anticorruzione.  La giornalista di Radio Free Europa, lavora anche a un programma tv sulla corruzione.

Lo scopo delle intercettazioni era di scoprire le fonti della giornalista, infrangendo il rapporto di fiducia e la segretezza garantita dalla professione. Gli inquirenti avevano avuto l’autorizzazione ad accedere ai tabulati di Sedletska e, dopo il suo ricorso in appello, le intercettazioni erano state limitate a certi luoghi, in pratica alla sola geolocalizzazione.

La giornalista si è così rivolta a Strasburgo e ha accusato il suo Paese di violare l’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sulla libertà d’espressione. I giudici le hanno dato ragione e hanno condannato l’Ucraina anche a pagare i danni non patrimoniali e le spese processuali. “La corte ribadisce – si legge nella sentenza – che la protezione delle fonti giornalistiche è una delle pietre angolari della libertà di stampa”. E ancora: “Senza questa protezione, le fonti potrebbero essere scoraggiate dall’aiutare la stampa ad informare il pubblico in materie di interesse pubblico. Come risultato, il ruolo vitale della stampa di cane da guardia pubblico sarebbe minato”.   Un cane che, come diceva Mimmo Cándito, oggi abbaia sempre di più e morde sempre meno. E, quando morde, come in questo caso, c’è chi cerca di mettere la museruola. Secondo la Corte, “le limitazioni alla confidenzialità delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento”. E sono sempre da bilanciare “con l’esigenza della società democratica nell’assicurare una stampa libera”. Perciò la segretezza delle fonti è un diritto “da trattare con la massima cautela”.

La sentenza di Strasburgo può fare scuola anche in Italia, dove le norme che tutelano il segreto professionale per i giornalisti sono contraddittorie e dove, per la diffamazione, è ancora previsto il carcere per i reporter.

Il link della sentenza sul sito della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

L’assalto di Capitol Hill e il precedente spagnolo dell’81.Trump scampa l’impeachment, Tejero fu condannato a 30 anni

15 Febbraio, 2021

Concluso senza impeachment per Trump il procedimento del Congresso americano, grazie ai soli 7 deputati repubblicani che hanno votato a favore con i democratici, facciamo un salto indietro al 23 febbraio 1981, nell’unico precedente di un assalto a un Parlamento riunito che si ricordi.

Giusto 40 anni fa, Mimmo testimoniò in alcuni reportage da Madrid il tentato golpe del colonnello Tejero in Spagna. L’uomo fu poi condannato a 30 anni di reclusione, e rimase nella prigione di Alcalà de Henares fino al 2 dicembre ’96. Uscito in libertà condizionale, espulso dall’esercito, ha 88 anni e vive non lontano da Madrid. Pubblichiamo da La Stampa i due articoli di Mimmo sugli eventi di quella notte. 

Il colonnello Tejero a Madrid il 23 febbraio 1981 (Da “La Stampa”):

L’uscita dei deputati dalle Cortes, ieri poco dopo mezzogiorno, è stata accolta da grida di «Viva Espana, viva la democrazia». Le facce erano stanche ma sorridenti; c’è stato un gran giro di abbracci. Il ministro Fernandez Ordonez dice: «Ho passato notti migliori di questa» poi si ferma un’attimo a guardare i giornalisti e aggiunge: «Ma la compagnia era molto piacevole».

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Caro Papa Francesco, quante scarpe ha consumato Mimmo

25 Gennaio, 2021

Un giornalista proclamato beato, Manuel Lozano Garrido (spagnolo, morto nel 1971, beatificato nel 2010) – citato ieri dal Papa del quale qui sotto pubblichiamo il messaggio – è già una stranezza in questo ambiente tradizionalmente più di accaniti peccatori che non di professionisti virtuosi. Ma i tempi cambiano, e la crisi dei quotidiani con la diffusione del web e dei social è evidente: soltanto i periodici più ricchi e i più grandi network mandano ormai inviati sui terreni di crisi, belliche o sociali. Il lavoro che per tanti anni ha fatto Mimmo Càndito (che sembrerebbe quasi il modello al quale si ispira il Pontefice, nel Messaggio dove parla dell’obbligatorietà della testimonianza da parte dei giornalisti) è diventato più raro, appannaggio di pochi eroi che rischiano autenticamente la pelle certo per passione, ma soprattutto per obbedire all’imperativo dell’informazione: della quale qui Francesco traccia un’analisi sofisticata e profonda, e gli editori dovrebbero rifletterci. 

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