Notizie

Così Mimmo racconta nel suo blog come arrivò a Kabul a 3 mesi dall’11/9 (e la fatica di fare una doccia gelata)

17 Agosto, 2021
Mimmo Cándito con alcuni mujaheddin durante uno dei suoi numerosi viaggi in Afghanistan.

E’ davvero come un nastro che si riavvolge, quel che è successo in questi giorni in Afghanistan. I taleban hanno ripreso il Paese, Kabul è da ieri sotto il loro controllo, le delegazioni straniere fuggono: e manca meno di un mese alla ricorrenza del ventesimo anniversario del devastante attentato alle Torri e non solo, l’11 settembre del 2001.
In questo post del 2017 sul blog “Il villaggio (quasi) globale”  che veniva pubblicato su lastampa.it, Mimmo rievoca l’arrivo a Kabul nel novembre 2001, con il suo inconfondile stile. Non è un articolo, ma un racconto denso di particolari rimasti vividi. Tanta fatica di tutti, tanti morti, miliardi spesi, e si ricomincia terribilmente con la jihad..
..

Quando arrivai a Kabul in guerra

Quindici anni fa, giusto in questi giorni, in Afghanistan si combatteva, c’era la guerra.

Quel 15 novembre del 2001, arrivai a Kabul da Jalalabd che le ombre erano giá lunghe, e il sole si accucciava veloce dietro le montagne blu. Ci sono soltanto 146 chilometri da Jalalabad a Kabul, ma ci vollero quasi otto ore, su una strada sfondata dai tank e dal gelo.

A Jalalabad, giá in Afghanistan, c’ero arrivato orgogliosamente la sera prima con un’impresa ch’era parsa eroica. Avevo guidato attraverso la frontiera un convoglio d’un migliaio di reporter d’ogni angolo del mondo, dopo ch’ero riuscito a convincere il potente nipote di Abdul Haq a darci una scorta armata: sebbene da alcune settimane si combattesse in Afghanistan sotto le bombe americane, l’armata dei media era stata obbligata a starsene in Pakistan, a Peshawar, ad appena un passo dalla frontiera, perché al cancellone di ferro del Kyber Pass ci rispedivano sempre indietro, tutti, perfino le potenti macchine mediatiche della Cnn e della Bbc.

Ma Rahim, per chissá quale simpatia, alla fine aveva accettato di mettersi al mio fianco a capo di un convoglio armato: si fidava di me, e anche lui voleva rientrare in Afghanistan, la sua terra. E lui era il rampollo della famiglia piú potente di Peshawar, nessun cancello gli si poteva chiudere in faccia. Superammo il Khyber Pass ch’eravamo una banda internazionale d’ogni lingua, unita solo dalla brama furente di entrare finalmente in guerra a raccontarne la storia.

Arrivammo a sera a Jalalabad; la cittá era stata appena liberata dai talebani e c’era festa per strada, e spari in aria, e abbracci di tutti con tutti. Ma subito ci dissero che anche Kabul era libera, perché i talebani erano scappati nel buio senza combattere.

Decisi che avrei scritto subito il mio reportage da Jalabad liberata e peró all’alba sarei partito per Kabul. Cercavo compagni di viaggio, Rahim lo seppe. Entró nella stanza della topaia dove avevo trovato rifugio (e un generatore funzionante) ed era con suo zio, il comandante della piazza di Jalalabd. Brusco, Haji Khadir mi puntó il dito: “Non puoi partire. La strada per Kabul é un inferno di talebani. Se vai, é un suicidio. Ti ammazzano di sicuro”.

Feci la conta di chi, tra i miei compagni, votava per partire: ero l’unico. Mi bruciava dannatamente rinunciare. Dormii quasi nulla.

Al mattino, all’alba, tirandomi fuori dal sacco a pelo, uscii sul portone della topaia per annusare l’aria in giro. E vidi il van della Bbc carico di bagagli, pronto a partire, anche se la sera prima avevano votato per il no.

“Devo andare – mi disse Bill, il giornalista della Bbc – devo andare, a Kabul c’é la Cnn, mio concorrente, che é arrivato dal nord. Mi tocca”.

La sera prima, mi avevano detto che a Kabul c’era anche l’inviato del “Corriere della Sera”, arrivato anche lui tranquillamente dal nord, dopo che i talebani ne erano scappati. Come per la Bbc, toccava a me ora: dove c’é il “Corriere” non puó non esserci “La Stampa”.

Presi la sacca, e via. Le ragazze piangevano, le spagnole, le argentine. “Vi ammazzeranno”. Con loro c’era anche Maria Grazia Cutuli, si giustificó: “Partiró tra qualche giorno, ora é troppo pericoloso”. L’ammazzarono dopo tre giorni dal mio arrivo a Kabul, quando nessuno parlava piú di suicidio se ti mettevi in strada.

A Kabul, il mio autista – un giovane avvocato disoccupato di Jalalabd, ingaggiato per caso – mi portó in un’altra topaia: ma c’era poco da scegliere, il coprifuoco era arrivato con il buio della sera e dovevamo fermarci. Comunque, c’era un letto, uno anche per lui. Naturalmente non c’era acqua, e la luce la dava un generatore.

Il silenzio di Kabul era rumorosissimo, una pece nera chiudeva ogni orizzonte. Soltanto il latrato di mute di cani spezzava a tratti la notte.

Furono giorni di lavoro duro, tra gente inquieta e diffidente; mi dicevano: “Ora siamo piú liberi, ma con i talebani c’era ordine e pace. Speriamo che continui”, e scuotevano la testa. I barbieri – una sedia e una bacinella, lí, sul marciapiede – tagliavano le barbe degli uomini, sorridendo. Dai rami degli alberi pendevano i nastrini delle musicassette che i talebani avevano proibito, e al mercato i contadini avevano poche verdure da vendere e appena qualche frutto. Mancava tutto.

Chiuse dentro i loro burqa azzurri, le donne agli angoli delle strade tendevano la mano per un’elemosina.

La mia stanza aveva le pareti macchiate da grandi strisciate di sangue, nessuno mi volle spiegare. Dormivo vestito, su un vecchio sofá che comunque valeva un letto.

Il mio avvocato-autista, che era di Jalalabad, peró a Kabul aveva un sacco di parenti, e fu una fortuna: al mercato nero mi procuró in poche ore un vecchio generatore a benzina, e carburante quanto ne volevo. E fu uno scialo: potevo scrivere sul computer a piacimento, e ricaricare senza angoscia il mio telefono satellitare.

Si mangiava riso, il pollo nel giorno di festa. Buono.

La prima doccia la feci dopo 13 giorni, pagando una ricca mancia a un giovane inserviente che mi procuró l’acqua, non so come. L’acqua, fredda, naturalmente, gelata, cadeva da un cassone di metallo, con un buco maltappato; eravamo ormai a dicembre, e c’erano 3 o 4 gradi. Urlavo di dolore per il gelo che l’acqua mi scaricava addosso, ma ero felice di essere pulito.

Al giornale, peró, queste erano storie che non interessavano.

Sul caso Assange

6 Luglio, 2021

La rassegna stampa è spesso la cartina di tornasole del successo di una iniziativa. Sul convegno in Senato dedicato ai Whistleblowers e in particolare al caso Assange, dello scorso 25 giugno, troverete qui link e articoli informativi e analisi più approfondite, da parte di analisti specializzati, che danno il segno del lavoro davvero notevole svolto in questo primo incontro dell’Associazione Mimmo Càndito, al quale speriamo ne segua almeno un altro in autunno. Ringraziamo il prof. Migone che ha reso possibile tutto questo con il suo impegno, l’esperienza e la profondità delle tesi. E grazie al Senatore Marilotti per l’ospitalità nella Biblioteca del Senato, e a tutti i colleghi che hanno aderito all’iniziativa: abbiamo messo insieme un team di specialisti e associazioni virtuose che possono riservare ancora sorprese e chissà, riaprire un cono di luce sul futuro del giornalismo. Circa 500 i contatti per lo streaming su You Tube: anche questo un successo, visto l’argomento, il profilo, la lunghezza di circa due ore. 

Marinella Venegoni

Il diritto alla conoscenza

27 Giugno, 2021

La strategia del segreto, la faccia oscura del potere, di Vincenzo Vita

Si è tenuto presso il Senato della Repubblica un rilevante convegno sul “diritto alla conoscenza”. Promosso dall’Associazione intitolata al grande giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999) grazie all’impegno del presidente della Biblioteca Gianni Marilotti e di Gian Giacomo Migone, coordinato da Marinella Venegoni, il dibattito è stato ricco e intenso. Finalmente un elenco di adesioni vasto: Federazione della stampa, Fondazione Basso, Indice- Libri del mese, Fondazione Murialdi, Critica liberale. Sembra essersi un po’ rotto il muro di silenzio che ha avvolto una storia drammatica. Vi sarebbe stata, al suo tempo, materia per una tragedia shakespeariana. Personalità come lo stesso Assange, Edward Snowden (co-autore), Chelsea Manning (la fonte militare testimone e disperata).

 La vicenda di Julian Assange è gravissima in sé e per sé. Questo il leit motiv del convegno E, tuttavia, le pur drammatiche conseguenze del processo (175 anni di carcere, in caso di condanna definitiva) contro il fondatore di  WikiLeaks – sul quale pesa l’incredibile accusa di spionaggio- non si fermano ad una dolorosa vicenda personale.

Si tratta di un caso emblematico, di un vero e proprio punto di rottura della sintassi che dovrebbe regolare il diritto di cronaca e la sua libertà di esercizio. Com’è noto, numerosi e costanti sono gli attacchi ad un diritto considerato fondamentale da indirizzi internazionali e Costituzioni  nazionali. Nel caso del giornalista di origine australiana si sta facendo una prova generale dell’offensiva contro l’autonomia dell’informazione.

Probabilmente, in un quadro post-globale come quello che stiamo vivendo, accentramento delle decisioni e marginalizzazione di chi è ritenuto eccentrico rispetto al quadro dominante sono ingredienti del nuovo sistema. Insomma, non si sa e non si deve sapere, come recitava il titolo di una famosa pièce di Dario Fo.

Siamo di fronte, dunque, alla strategia del segreto evocata in un felice testo (Fa notizia, 1981) da Giovanni Cesareo. Esistono livelli, labirinti e tornanti che non possono essere conosciuti, perché spesso estranei alla stessa legalità evocata nelle normative ufficiali. E vi sono ambiti che appartengono alla categoria dell’impunibilità.

La storia di WikiLeaks è esattamente questo: guerre sporche, dossier aggio massivo, brutture vergognose escono dalla clandestinità e dalla zona grigia, per divenire news accessibili. Quindi, non sono illegali le cose illegali, bensì chi le porta alla luce. Durissimo l’intervento, al riguardo, del presidente del sindacato dei giornalisti Giuseppe Giulietti: la colpa di Assange, in estrema sintesi, è di aver dato lustro al diritto di cronaca nella sua essenza profonda. Basti leggere, poi, il documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni Unite, Nils Melzer.

 Il calvario in atto da anni apre uno squarcio inquietante sullo stato delle cose. Ne ha parlato, con sobria stringatezza il padre di Assange John Shipton (che differenza rispetto a certi talk nostrani che giocano cinicamente sul dolore) e gli ha fatto eco l’avvocato australiano Greg Barns.

Intervento essenziale quello di Stefania Maurizi, ora professionista de il Fatto Quotidiano, cui si deve la tenacissima iniziativa di cura di un problema colpevolmente rimosso.

Attorno al diritto alla conoscenza e al valore supremo che ha la lotta per la libertà di espressione hanno offerto considerazioni puntuali Raffaele Fiengo, Enzo Marzo e Nello Rossi.

Tra l’altro, un profondo conoscitore delle vicende statunitensi come Furio Colombo ha ben chiarito recentemente che un’eventuale condanna di Assange costituirebbe un precedente pesante per la giurisprudenza di Washington. Se i Pentagon Papers (1967) furono considerati legittimo esercizio del diritto di cronaca pur parlando della guerra del Vietnam in corso, a maggior ragione WikiLeaks meriterebbe consensi e riabilitazione. Joe Biden, batta un colpo.

A nome dell’associazione Articolo21 Vincenzo Vita ha proposto al senatore Marilotti (che ha offerto il suo impegno) di depositare una mozione parlamentare volta chiedere al presidente del consiglio Mario Draghi di portare nel consesso europeo e nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti l’esigenza della liberazione di Assange, le cui condizioni di salute sono assai allarmanti. Simile iniziativa è stata già assunta da gruppi di diverso orientamento politico nelle assemblee britanniche e australiane.

Che paradosso: la stagione digitale sembra aprire tante porte. E il potere le chiude. Meglio gli Over The Top  con i loro algoritmi proprietari e mai trasparenti o la sorveglianza di massa ormai di uso “normale”?

Convegno sul diritto alla conoscenza

18 Giugno, 2021

IL DIRITTO ALLA CONOSCENZA
I WHISTLEBLOWERS. I CASI ELLSBERG, ASSANGE, SNOWDEN

Promosso insieme al Premio Mimmo Cándito, con la collaborazione di Fondazione Lelio e Lisli Basso, la Fondazione Paolo Murialdi, Professione Reporter, L’Indice dei libri del mese, Critica Liberale

SENATO DELLA REPUBBLICA, AULA IV COMMISSIONE
VENERDÌ 25 GIUGNO 2021, ORE 10.00

Segui l’evento in diretta streaming su: WEBTV.SENATO.IT

Leggi la locandina ->

(clicca sull’immagine per ingrandire)

La giornalista turca nelle spire della censura di Erdogan
“Giornali controllati, reporter in cella… e i casi Draghi e von der Leyen”

20 Aprile, 2021

Giordano Stabile, autore di questo reportage comparso il 19-4-2021 su La Stampa, quando lavorava in redazione a Torino ha frequentato a lungo Mimmo Càndito. E un po’ si intuisce la fascinazione per la sua scrittura, nell’ambientazione di una livida Istanbul e nella drammatica intervista  alla giornalista Ipek Yezdani, che racconta la deriva dell’informazione libera in Turchia ai tempi di Erdogan. 


Giordano Stabile

C’è soltanto qualche cane randagio a trotterellare lungo Sulayman Seba. A parte un minimarket e un fruttivendolo, è tutto chiuso, e la sfilza di bar e ristoranti che di solito brulicano di clienti hanno un’aria spettrale. Dall’imbarcadero sul Bosforo la strada dedicata al patron della squadra del Besiktas sale ripida. Una statua lo ricorda all’ingresso di un piccolo giardino. Ipek Yezdani racconta qui la sua storia, in una Istanbul nella morsa del Covid e del coprifuoco che cristallizza dalle sette di sera del venerdì al mattino del lunedì questa megalopoli di 18 milioni di abitanti. Ma la cappa più oppressiva è quella calata sui giornalisti come lei. Essere imparziali, riassume, «non basta più». Se non hai una posizione pro-governativa diventa impossibile lavorare. Yezdani, di origini azero-iraniane da parte di padre, ci è passata in pieno, ha sceso tutti i gradini nel giro di vite contro i reporter non allineati che ha fatto precipitare la Turchia alla 154ª posizione nella classifica della libertà di stampa.

Corrispondente dalle Nazioni Uniti da New York per il «Cumhuriyet», il principale quotidiano repubblicano e di sinistra, poi firma internazionale di «Hurriyet», ha visto i margini di manovra stringersi sempre più, soprattutto dopo il fallito golpe del 2016, fino a perdere il posto e la possibilità di scrivere per qualsiasi giornale nazionale.

Ora collabora con testate straniere, guadagna «anche meglio», ma sempre con la tensione di una possibile querela, o peggio dell’arresto. È in questo modo che si schiaccia la stampa libera in un Paese dove comunque ci sono partiti di opposizione, una società civile molto vivace. «Il governo non interviene direttamente, preferisce utilizzare imprenditori amici per prendere il controllo dei principali gruppi mediatici e poi indirizzarli». È successo così con «Hurriyet». L’ editore Aydin Dogan aveva costruito un piccolo impero, con giornali e tivù. Le pressioni sono state tali che ha dovuto cedere tutto a Yildirim Demiroren, vicino al potere. «Era il 2018. Il nostro direttore ha resistito e ci ha difesi per un anno e mezzo. Poi è stato costretto a dimettersi, e sono scattati i licenziamenti, mirati, 35. La maggior parte di quelli che non sostenevano la linea governativa. Non ci hanno pagato neanche la liquidazione». Una lotta durata mesi, con tutti i mezzi. «Abbiamo aderito al sindacato dei giornalisti. In Turchia il livello di sindacalizzazione è molto basso. Ma se in una testata si supera una certa soglia percentuale di iscritti, scattano maggiori tutele. Quando ci siamo avvicinati sono partiti i licenziamenti».
Yezdani ha trovato un altro lavoro, in una nuova emittente, Olay Tv. «È durata 26 giorni». Ma non si è arresa e non ha voluto lasciare il suo Paese. L’orgoglio nazionale resta intatto, nonostante la repressione delle libertà. Per questo le parole del premier italiano Mario Draghi, che ha definito il presidente Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», non l’entusiasmano. «A essere sincera questa polemica qui non è stata molto sentita. La gente ha problemi ben maggiori. La crisi economica è esplosa con il Covid. Ci sono persone costrette a rovistare fra gli scarti dei supermercati per trovare qualcosa da mangiare. Non ci ricordavamo più scene di questo tipo, ci portano a un lontano passato di miseria. Per quanto riguarda le libertà, basta guardare ad alcuni dati. Siamo agli ultimi posti al mondo per la libertà di stampa, e ci giochiamo il primato con Cina e Iran per numero di reporter in carcere. Accuse pretestuose per “terrorismo” ti portano dietro le sbarre. E se non appoggi apertamente il governo, finisci per strada».

Si sente più toccata dal trattamento subito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con quella sedia mancante che sa tanto di maschilismo. «Sì, c’è molto machismo, ma anche da parte del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, va detto. È un problema della Turchia, e di tanta parte del mondo. C’è sessismo nelle redazioni, per mia esperienza, pure in America o Gran Bretagna». E ad aggravare le cose è arrivato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul. «Non sono sposata e quindi non devo difendermi da un marito che mi picchia – ironizza amara -. Però conosco molte donne che con l’aiuto della Convenzione si potevano difendere dalla violenza, soprattutto dopo il divorzio». La Turchia è stato il primo Paese a firmare la Convenzione, dieci anni fa, ricorda. Perché proprio adesso questa decisione? «Il partito al governo, l’Akp, è in difficoltà e cerca voti negli ambienti più conservatori. Ma resta comunque in crisi e non credo che se oggi si votasse, in elezione corrette, riuscirebbe a vincere».


Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.

Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.

L’autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.