Notizie

Sul caso Assange

6 Luglio, 2021

La rassegna stampa è spesso la cartina di tornasole del successo di una iniziativa. Sul convegno in Senato dedicato ai Whistleblowers e in particolare al caso Assange, dello scorso 25 giugno, troverete qui link e articoli informativi e analisi più approfondite, da parte di analisti specializzati, che danno il segno del lavoro davvero notevole svolto in questo primo incontro dell’Associazione Mimmo Càndito, al quale speriamo ne segua almeno un altro in autunno. Ringraziamo il prof. Migone che ha reso possibile tutto questo con il suo impegno, l’esperienza e la profondità delle tesi. E grazie al Senatore Marilotti per l’ospitalità nella Biblioteca del Senato, e a tutti i colleghi che hanno aderito all’iniziativa: abbiamo messo insieme un team di specialisti e associazioni virtuose che possono riservare ancora sorprese e chissà, riaprire un cono di luce sul futuro del giornalismo. Circa 500 i contatti per lo streaming su You Tube: anche questo un successo, visto l’argomento, il profilo, la lunghezza di circa due ore. 

Marinella Venegoni

Il diritto alla conoscenza

27 Giugno, 2021

La strategia del segreto, la faccia oscura del potere, di Vincenzo Vita

Si è tenuto presso il Senato della Repubblica un rilevante convegno sul “diritto alla conoscenza”. Promosso dall’Associazione intitolata al grande giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999) grazie all’impegno del presidente della Biblioteca Gianni Marilotti e di Gian Giacomo Migone, coordinato da Marinella Venegoni, il dibattito è stato ricco e intenso. Finalmente un elenco di adesioni vasto: Federazione della stampa, Fondazione Basso, Indice- Libri del mese, Fondazione Murialdi, Critica liberale. Sembra essersi un po’ rotto il muro di silenzio che ha avvolto una storia drammatica. Vi sarebbe stata, al suo tempo, materia per una tragedia shakespeariana. Personalità come lo stesso Assange, Edward Snowden (co-autore), Chelsea Manning (la fonte militare testimone e disperata).

 La vicenda di Julian Assange è gravissima in sé e per sé. Questo il leit motiv del convegno E, tuttavia, le pur drammatiche conseguenze del processo (175 anni di carcere, in caso di condanna definitiva) contro il fondatore di  WikiLeaks – sul quale pesa l’incredibile accusa di spionaggio- non si fermano ad una dolorosa vicenda personale.

Si tratta di un caso emblematico, di un vero e proprio punto di rottura della sintassi che dovrebbe regolare il diritto di cronaca e la sua libertà di esercizio. Com’è noto, numerosi e costanti sono gli attacchi ad un diritto considerato fondamentale da indirizzi internazionali e Costituzioni  nazionali. Nel caso del giornalista di origine australiana si sta facendo una prova generale dell’offensiva contro l’autonomia dell’informazione.

Probabilmente, in un quadro post-globale come quello che stiamo vivendo, accentramento delle decisioni e marginalizzazione di chi è ritenuto eccentrico rispetto al quadro dominante sono ingredienti del nuovo sistema. Insomma, non si sa e non si deve sapere, come recitava il titolo di una famosa pièce di Dario Fo.

Siamo di fronte, dunque, alla strategia del segreto evocata in un felice testo (Fa notizia, 1981) da Giovanni Cesareo. Esistono livelli, labirinti e tornanti che non possono essere conosciuti, perché spesso estranei alla stessa legalità evocata nelle normative ufficiali. E vi sono ambiti che appartengono alla categoria dell’impunibilità.

La storia di WikiLeaks è esattamente questo: guerre sporche, dossier aggio massivo, brutture vergognose escono dalla clandestinità e dalla zona grigia, per divenire news accessibili. Quindi, non sono illegali le cose illegali, bensì chi le porta alla luce. Durissimo l’intervento, al riguardo, del presidente del sindacato dei giornalisti Giuseppe Giulietti: la colpa di Assange, in estrema sintesi, è di aver dato lustro al diritto di cronaca nella sua essenza profonda. Basti leggere, poi, il documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni Unite, Nils Melzer.

 Il calvario in atto da anni apre uno squarcio inquietante sullo stato delle cose. Ne ha parlato, con sobria stringatezza il padre di Assange John Shipton (che differenza rispetto a certi talk nostrani che giocano cinicamente sul dolore) e gli ha fatto eco l’avvocato australiano Greg Barns.

Intervento essenziale quello di Stefania Maurizi, ora professionista de il Fatto Quotidiano, cui si deve la tenacissima iniziativa di cura di un problema colpevolmente rimosso.

Attorno al diritto alla conoscenza e al valore supremo che ha la lotta per la libertà di espressione hanno offerto considerazioni puntuali Raffaele Fiengo, Enzo Marzo e Nello Rossi.

Tra l’altro, un profondo conoscitore delle vicende statunitensi come Furio Colombo ha ben chiarito recentemente che un’eventuale condanna di Assange costituirebbe un precedente pesante per la giurisprudenza di Washington. Se i Pentagon Papers (1967) furono considerati legittimo esercizio del diritto di cronaca pur parlando della guerra del Vietnam in corso, a maggior ragione WikiLeaks meriterebbe consensi e riabilitazione. Joe Biden, batta un colpo.

A nome dell’associazione Articolo21 Vincenzo Vita ha proposto al senatore Marilotti (che ha offerto il suo impegno) di depositare una mozione parlamentare volta chiedere al presidente del consiglio Mario Draghi di portare nel consesso europeo e nei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti l’esigenza della liberazione di Assange, le cui condizioni di salute sono assai allarmanti. Simile iniziativa è stata già assunta da gruppi di diverso orientamento politico nelle assemblee britanniche e australiane.

Che paradosso: la stagione digitale sembra aprire tante porte. E il potere le chiude. Meglio gli Over The Top  con i loro algoritmi proprietari e mai trasparenti o la sorveglianza di massa ormai di uso “normale”?

Convegno sul diritto alla conoscenza

18 Giugno, 2021

IL DIRITTO ALLA CONOSCENZA
I WHISTLEBLOWERS. I CASI ELLSBERG, ASSANGE, SNOWDEN

Promosso insieme al Premio Mimmo Cándito, con la collaborazione di Fondazione Lelio e Lisli Basso, la Fondazione Paolo Murialdi, Professione Reporter, L’Indice dei libri del mese, Critica Liberale

SENATO DELLA REPUBBLICA, AULA IV COMMISSIONE
VENERDÌ 25 GIUGNO 2021, ORE 10.00

Segui l’evento in diretta streaming su: WEBTV.SENATO.IT

Leggi la locandina ->

(clicca sull’immagine per ingrandire)

La giornalista turca nelle spire della censura di Erdogan
“Giornali controllati, reporter in cella… e i casi Draghi e von der Leyen”

20 Aprile, 2021

Giordano Stabile, autore di questo reportage comparso il 19-4-2021 su La Stampa, quando lavorava in redazione a Torino ha frequentato a lungo Mimmo Càndito. E un po’ si intuisce la fascinazione per la sua scrittura, nell’ambientazione di una livida Istanbul e nella drammatica intervista  alla giornalista Ipek Yezdani, che racconta la deriva dell’informazione libera in Turchia ai tempi di Erdogan. 


Giordano Stabile

C’è soltanto qualche cane randagio a trotterellare lungo Sulayman Seba. A parte un minimarket e un fruttivendolo, è tutto chiuso, e la sfilza di bar e ristoranti che di solito brulicano di clienti hanno un’aria spettrale. Dall’imbarcadero sul Bosforo la strada dedicata al patron della squadra del Besiktas sale ripida. Una statua lo ricorda all’ingresso di un piccolo giardino. Ipek Yezdani racconta qui la sua storia, in una Istanbul nella morsa del Covid e del coprifuoco che cristallizza dalle sette di sera del venerdì al mattino del lunedì questa megalopoli di 18 milioni di abitanti. Ma la cappa più oppressiva è quella calata sui giornalisti come lei. Essere imparziali, riassume, «non basta più». Se non hai una posizione pro-governativa diventa impossibile lavorare. Yezdani, di origini azero-iraniane da parte di padre, ci è passata in pieno, ha sceso tutti i gradini nel giro di vite contro i reporter non allineati che ha fatto precipitare la Turchia alla 154ª posizione nella classifica della libertà di stampa.

Corrispondente dalle Nazioni Uniti da New York per il «Cumhuriyet», il principale quotidiano repubblicano e di sinistra, poi firma internazionale di «Hurriyet», ha visto i margini di manovra stringersi sempre più, soprattutto dopo il fallito golpe del 2016, fino a perdere il posto e la possibilità di scrivere per qualsiasi giornale nazionale.

Ora collabora con testate straniere, guadagna «anche meglio», ma sempre con la tensione di una possibile querela, o peggio dell’arresto. È in questo modo che si schiaccia la stampa libera in un Paese dove comunque ci sono partiti di opposizione, una società civile molto vivace. «Il governo non interviene direttamente, preferisce utilizzare imprenditori amici per prendere il controllo dei principali gruppi mediatici e poi indirizzarli». È successo così con «Hurriyet». L’ editore Aydin Dogan aveva costruito un piccolo impero, con giornali e tivù. Le pressioni sono state tali che ha dovuto cedere tutto a Yildirim Demiroren, vicino al potere. «Era il 2018. Il nostro direttore ha resistito e ci ha difesi per un anno e mezzo. Poi è stato costretto a dimettersi, e sono scattati i licenziamenti, mirati, 35. La maggior parte di quelli che non sostenevano la linea governativa. Non ci hanno pagato neanche la liquidazione». Una lotta durata mesi, con tutti i mezzi. «Abbiamo aderito al sindacato dei giornalisti. In Turchia il livello di sindacalizzazione è molto basso. Ma se in una testata si supera una certa soglia percentuale di iscritti, scattano maggiori tutele. Quando ci siamo avvicinati sono partiti i licenziamenti».
Yezdani ha trovato un altro lavoro, in una nuova emittente, Olay Tv. «È durata 26 giorni». Ma non si è arresa e non ha voluto lasciare il suo Paese. L’orgoglio nazionale resta intatto, nonostante la repressione delle libertà. Per questo le parole del premier italiano Mario Draghi, che ha definito il presidente Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», non l’entusiasmano. «A essere sincera questa polemica qui non è stata molto sentita. La gente ha problemi ben maggiori. La crisi economica è esplosa con il Covid. Ci sono persone costrette a rovistare fra gli scarti dei supermercati per trovare qualcosa da mangiare. Non ci ricordavamo più scene di questo tipo, ci portano a un lontano passato di miseria. Per quanto riguarda le libertà, basta guardare ad alcuni dati. Siamo agli ultimi posti al mondo per la libertà di stampa, e ci giochiamo il primato con Cina e Iran per numero di reporter in carcere. Accuse pretestuose per “terrorismo” ti portano dietro le sbarre. E se non appoggi apertamente il governo, finisci per strada».

Si sente più toccata dal trattamento subito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con quella sedia mancante che sa tanto di maschilismo. «Sì, c’è molto machismo, ma anche da parte del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, va detto. È un problema della Turchia, e di tanta parte del mondo. C’è sessismo nelle redazioni, per mia esperienza, pure in America o Gran Bretagna». E ad aggravare le cose è arrivato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul. «Non sono sposata e quindi non devo difendermi da un marito che mi picchia – ironizza amara -. Però conosco molte donne che con l’aiuto della Convenzione si potevano difendere dalla violenza, soprattutto dopo il divorzio». La Turchia è stato il primo Paese a firmare la Convenzione, dieci anni fa, ricorda. Perché proprio adesso questa decisione? «Il partito al governo, l’Akp, è in difficoltà e cerca voti negli ambienti più conservatori. Ma resta comunque in crisi e non credo che se oggi si votasse, in elezione corrette, riuscirebbe a vincere».

La Corte Europea contro le intercettazioni ai giornalisti:
“Tutelare le fonti segrete”

16 Aprile, 2021

di Fabrizio Assandri

Un punto per la libertà di informazione. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo boccia le intercettazioni dei giornalisti. Il caso riguarda una reporter di Radio Free Europa, con sede a Kiev: per la corte di Strasburgo lo Stato non aveva diritto a intercettarla e nemmeno a “georeferenziarla”. Misure giudicate “sproporzionate e non giustificate” e ancora “non necessarie in una società democratica”. 

La sentenza, depositata a inizio aprile, arriva mentre in Italia si scopre di decine di giornalisti intercettati dalle procure, come quelle di Trapani e di Ragusa nel corso di indagini in tema di immigrazione. Tanto da spingere la ministra della Giustizia Marta Cartabia a inviare gli ispettori. Il caso sul quale si sono espressi i giudici della Corte Europea, Sedletska contro Ucraina,  si riferisce a una fuga di notizie dall’Autorità Anticorruzione.  La giornalista di Radio Free Europa, lavora anche a un programma tv sulla corruzione.

Lo scopo delle intercettazioni era di scoprire le fonti della giornalista, infrangendo il rapporto di fiducia e la segretezza garantita dalla professione. Gli inquirenti avevano avuto l’autorizzazione ad accedere ai tabulati di Sedletska e, dopo il suo ricorso in appello, le intercettazioni erano state limitate a certi luoghi, in pratica alla sola geolocalizzazione.

La giornalista si è così rivolta a Strasburgo e ha accusato il suo Paese di violare l’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sulla libertà d’espressione. I giudici le hanno dato ragione e hanno condannato l’Ucraina anche a pagare i danni non patrimoniali e le spese processuali. “La corte ribadisce – si legge nella sentenza – che la protezione delle fonti giornalistiche è una delle pietre angolari della libertà di stampa”. E ancora: “Senza questa protezione, le fonti potrebbero essere scoraggiate dall’aiutare la stampa ad informare il pubblico in materie di interesse pubblico. Come risultato, il ruolo vitale della stampa di cane da guardia pubblico sarebbe minato”.   Un cane che, come diceva Mimmo Cándito, oggi abbaia sempre di più e morde sempre meno. E, quando morde, come in questo caso, c’è chi cerca di mettere la museruola. Secondo la Corte, “le limitazioni alla confidenzialità delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento”. E sono sempre da bilanciare “con l’esigenza della società democratica nell’assicurare una stampa libera”. Perciò la segretezza delle fonti è un diritto “da trattare con la massima cautela”.

La sentenza di Strasburgo può fare scuola anche in Italia, dove le norme che tutelano il segreto professionale per i giornalisti sono contraddittorie e dove, per la diffamazione, è ancora previsto il carcere per i reporter.

Il link della sentenza sul sito della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo


Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.

Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.

L’autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.