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Nicola Caracciolo e Giulietto Chiesa

30 Aprile, 2020

n questi giorni, così densi di eventi tragici, sono venute meno le voci di due giornalisti, molto diversi tra loro, ma accomunati dalla vocazione all’indipendenza da ogni condizionamento esterno, di testata, di partito, di ambiente sociale e culturale cui pure appartenevano.

Per questi motivi, un premio che nasce dalla memoria e dall’esperienza di Mimmo Candito li ricorda con grande rispetto e condivide il dolore di Rossella Sleiter, consorte di Nicola Caracciolo, e di Fiammetta Cucurnia, consorte di Giulietto Chiesa.
Quale inviato  de “L’Avanti!” in Algeria, Nicola fu addirittura arrestato dalle autorità militari francese. Corrispondente de “La Stampa” a Washington, negli anni della protesta contro la guerra nel Vietnam e della grande marcia di Martin Luther King, non fece mai mancare ai suoi per lo più moderati lettori torinesi quanto osservava il suo vigile occhio di cronista, debitamente critico della politica di Nixon e di Kissinger. Successivamente diede tutto il suo impegno alla causa dell’ambiente, guidando la lotta vittoriosa contro l’impianto nucleare di Montalto. L’attitudine alla comprensione delle motivazioni dell’avversario, la mitezza e l’eleganza dei modi, non interferivano con la totale intransigenza con cui testimoniava  i suoi valori, praticando conseguenti obiettivi.

Analoga  intransigente indipendenza si ritrova nella storia giornalistica e politica di Giulietto Chiesa. Nella prima fase della sua vita pubblica comunista del tutto ortodosso, quale corrispondente de “L’Unita’” a Mosca, con totale libertà, illustra limiti e contraddizioni della quotidianità sovietica – al punto di spingere le autorità  a sollecitare la sua sostituzione che Enrico Berlinguer, segretario del Pci rifiuta – fino a individuare, per primo o tra i primi, i segnali della “perestrojka” che segnera’ la rivoluzione democratica guidata da Michail Gorbaciov e il crollo del Muro di Berlino. Dopo avere lavorato per “La Stampa” e per la Rai, negli anni successivi, egli diventerà uno dei suoi principali collaboratori, durante e dopo la sua sostituzione, favorita se non imposta da Washington, con Boris Eltsin.Esigenza fondamentale della sua concezione della professionalità era quella di esprimere con piena liberta’ e anche intuizioni, cercando e cambiando di volta la sede, il mezzo e la testata che glie lo avrebbe consentito

Un racconto di Mimmo

12 Aprile, 2020

Questa lunga interruzione del filo che lega Mimmo con chi ama la sua scrittura e la sua figura, ha ovviamente un significato molto tragico, legato al tempo del Covid-19 che stiamo vivendo e che ci fa contare ogni giorno migliaia di vittime nel mondo.
Però abbiamo pensato che forse il racconto di qualche avventura della sua vita spericolata possa servire a distrarci nel chiuso delle nostre case, in una prigionia salvifica che un giorno ci porterà verso una vita forse diversa da come l’abbiamo vissuta finora.
Questo brano tratto da “55 Vasche” sembra la versione più moderna e accorata di un film western. In realtà Mimmo ci racconta una storia che gli è accaduta, e gli è tornata in mente in un momento assai buio della sua vita. Facciamoci , vi prego, un po’ di compagnia.

“Quando senti che vogliono ammazzare proprio te
ma tu non puoi farci nulla

La morte vera, quella che ti mettono in una cassa di legno, non quella ipotetica d’una brutta storia quotidiana, e peró sei riuscito a venirne fuori, e allora tutto quello che hai d’attorno, e le cose che ti dicono, le cose che devi fare, tutto viene valutato con un distacco e una serenitá che possono avere soltanto coloro che hanno superato prove estreme, e sono pochi. In guerra mi era accaduto molte volte, di finire sotto tiro, quando il sangue davvero si gela perché senti che vogliono ammazzare proprio te ma tu non puoi farci nulla; e alla fine, se ne esci, per una delle tante mille circostanze che in guerra non hanno alcuna logica, perché in guerra vivi e muori allo stesso modo, allora ogni passo, ogni respiro, sono come il primo passo, e il primo respiro, d’una vita nuova.

Un mattino, a Korramshar, nel Sud dell’Iraq, seguendo l’avanzata delle truppe di Saddam che invadevano l’Iran, in tre o quattro di noi ci trovammo imbottigliati sotto il tiro di una pattuglia khomeinista, che ci puntava dall’alto d’un corto rialzo del terreno. Due di noi, Mo del “Corriere” e Lami del “Giornale”, buttandosi giú e appiattendosi come biscie impaurite, riuscirono a ripararsi dietro le ruote di un grosso jeeppone sfondato da una cannonata, e stavano immobili, con il cecchino che li cercava nel suo cannocchiale; erano in trappola, non sapevano che cosa fare per uscirne, perché – a ogni piccolo movimento – quello da lassú tirava a colpire. Sgusciai via, allora, dal rudere d’una casa in macerie dove io mi ero rifugiato, e strisciando addosso al muro, appiccicato ai mattoni come un vecchio francobollo che non vuol staccarsi, lentamente, centimetro dopo centimetro, arrivai a pochi passi dai miei due compagni, per dargli a voce un conforto, certamente, ma anche qualche indicazione che potesse aiutarli. Avevo il cecchino di fronte a me, lí in alto, e loro due erano in mezzo, tra me e quello; ma loro erano ciechi, chiusi dal jeeppone che gli salvava la pelle, mentre io potevo vedere i colpi che partivano. E sentivo il sibilo del proiettile che mi sfiorava, perché quello – lí, in alto – seguiva i miei spostamenti e mi cacciava.

Duró un tempo che non finiva mai, giocando un rimpiattino mortale con il pasdaran che doveva avere un caricatore lungo quanto i mille racconti di Sharazade. Ma in quel tempo immobile, mentre nel vuoto dell’aria sentivamo le cannonate della battaglia di fianco a noi, trovammo alla fine il modo anche di scherzarci su, in un dialogo surreale tra me che stavo dietro il muretto e loro due schiacciati a terra a 4 o 5 metri da me; parlammo di tutto, ci prendemmo in giro, ci passammo istruzioni su come sopravvivere, “non muovere il tuo culone che finisci dentro tiro”, “attento al braccio, lascialo dov’é”, “no, no, fermo, non me ne fotte niente che la gamba ti fa un male boia”, ci raccontammo il passato e il futuro, il giorno e la notte, nella disperata attesa di trovare una qualche via di fuga, mentre quello continuava a tirarci addosso e vedevo che spostava di continuo la sua posizione per metterci meglio a fuoco. Alla fine, un carro armato iracheno, un vecchio T-62 che stava avanzando lentamente, ci arrivó addosso e, vedendo i segni disperati che gli facevo e le indicazioni che tentavo di fargli capire, s’interpose davanti al jeeppone e puntó il suo cannone verso il rialzo, tirando due colpi.

Mo e Lami si sganciarono come lepri in fuga, e ci rituffammo tra le macerie di quel rudere di casa. Ci abbracciammo, ma avevamo un’aria un po’ stralunata, e non dicemmo piú nemmeno una parola. In quel rudere s’era rifugiata anche una piccola squadra di soldati iracheni, che pareva non avessero alcuna voglia di stare in battaglia e, soprattutto, non glie ne fregava niente di noi tre disgraziati presi in quell’inferno, lá, fuori. Peró, con sorrisi larghi, con gesti esagerati di cortesia, quando ci videro rientrare ci offrirono una tazza del té che stavano facendo bollire in un angolo. Lo bevemmo da un’unica ciotola di latta, a turno. Era caldo e molto dolce. Con Ettore e Lucio non abbiamo mai piú parlato di quella storia, ma ce l’avevamo dentro di noi, e lo sapevamo.

Poi, anche caricammo su una jeep dei soldati un nostro collega, uno jugoslavo, che era stato colpito alla fronte, forse da quello stesso cecchino, e il colpo lo aveva preso da un lato e fuoriuscito dall’altro, ma non l’aveva ammazzato perché il tiro s’era avvitato per la forte distanza. Lui cercava di sorridere, pallido bianco; con la carta igienica presa dal borsone tamponavo alla meglio il sangue, che era rosso vivo e gli scivolava giú dal mento e sul petto. Lo portammo all’ospedale, e si é salvato; lo incontrai qualche giorno dopo, sempre a Khorramshar, che un turbante di garza gli fasciava la testa.

i finalisti della prima Edizione

3 Marzo, 2020

Nel secondo anniversario della scomparsa di Mimmo Càndito, vengono resi noti i nomi dei finalisti della prima edizione del premio”Mimmo-Càndito – Per un Giornalismo a Testa Alta”. Il premio è stato voluto dall’Associazione a lui intitolata, presieduta da Marinella Venegoni Càndito,  per promuovere e onorare i valori che hanno improntato la vita personale e professionale di Mimmo. 

La giuria è composta  dal prof. Alessandro Triulzi (Presidente) e dalle giornaliste Marina Verna ed Emmanuela Banfo. Questi i nomi dei finalisti, cinque per ogni sezione.


Opere (Articoli o reportage già pubblicati):

  • Laura Battaglia (“Yemen, un paradiso in polvere”)
  • Daniele Bellocchio (“Il Ciad, in fuga da Boko Haram”)
  • Simona Carnino (“Il potere di un passaporto / Viaggiare bagnati”)
  • Nello Scavo (“Libia, tra segreti di Stato e accordi indicibili”)
  • Elena Stancanelli (“Venne alla spiaggia un assassino”).


Progetti d’inchiesta:

  • Marco Benedettelli (“Da braccianti a operai per il mercato globale. Il nuovo proletariato etiope del polo industriale di Mekelle”)
  • Viola Hajagos (“Centroamerica e diritto di aborto”)
  • Francesco Pasta (“I gecekondu di Istanbul”)
  • Roberto Persia (“Oltre il confine: migranti attraverso il Marocco”)
  • Sara Tonini (“Il ruolo di internet nella Resistenza palestinese”).

Vista l’attuale emergenza sanitaria, data e luogo della premiazione verranno comunicati in un secondo tempo.

Il Piccolo Teatro di Crescentino intitolato a Mimmo

14 Febbraio, 2020

Di Laura Di Caro – da “La Stampa” del 12 febbraio 2020.

Il Piccolo Teatro di Crescentino intitolato al reporter Mimmo Càndito: c’è anche l’ok del prefetto

Il prefetto di Vercelli ha autorizzato l’intitolazione del Piccolo Teatro del palazzo comunale di Crescentino al reporter di guerra Mimmo Càndito. La sala teatrale, situata all’ultimo piano del municipio, ristrutturata durante il mandato della moglie e giornalista de La Stampa, Marinella Venegoni, oggi location di eventi culturali, porterà il nome di Càndito, giornalista del nostro quotidiano, reporter di guerra e stimato professore universitario, scomparso dopo una lunga lotta contro la malattia il 3 marzo del 2018. 

Nel luglio scorso, il Consiglio comunale guidato da Vittorio Ferrero aveva approvato all’unanimità l’intitolazione. Ed era partito l’iter per ottenere il decreto prefettizio. «Càndito ha sempre avuto Crescentino nel cuore – ha commentato Ferrero – e il suo legame e affetto per questa città sono innegabili e ricchi di testimonianze e ricordi:  renderemo nota la data della cerimonia ufficiale di intitolazione, potrebbe coincidere con l’inaugurazione dei lavori di ristrutturazione del palazzo comunale.

“Con la guerra negli occhi”

10 Gennaio, 2020

Una mostra di fotografie di Mimmo girerà per i licei italiani

Sarà presto resa nota la data di inaugurazione di una mostra di fotografie di Mimmo Cándito, fortemente voluta dal prof. Maurizio Carandini per Cestingeo, Centro Studi Internazionali di Geopolitica. La mostra, che nei prossimi mesi girerà per alcuni licei italiani, farà scoprire un risvolto inedito delle multiformi passioni di Mimmo, quella per la fotografia. Una passione privata ma sempre presente, al punto che il reporter di guerra portava sempre con sé una macchina fotografica in tutti i luoghi che visitava per lavoro.

La mostra s’intitolerà “Con la guerra negli occhi” e svelerà ancora una volta l’umanità di Mimmo e la drammaticità delle situazioni che hanno costituito il bagaglio della sua professione. Una vera sorpresa.

Prosegue intanto l’attività dell’Associazione “Premio Mimmo Cándito-Giornalismo a testa alta”, del quale sarà reso noto il bando durante il Salone del Libro di Torino.

Prosegue anche il crowdfunding per finanziare il premio destinato a giornalisti che si ispirino ai valori fondanti che hanno fatto del prof. Càndito un inviato indimenticabile. Visitatelo e fatelo conoscere ai suoi estimatori: www.retedeldono.it/premio-mimmo-càndito.