La giornalista turca nelle spire della censura di Erdogan
“Giornali controllati, reporter in cella… e i casi Draghi e von der Leyen”

Giordano Stabile, autore di questo reportage comparso il 19-4-2021 su La Stampa, quando lavorava in redazione a Torino ha frequentato a lungo Mimmo Càndito. E un po’ si intuisce la fascinazione per la sua scrittura, nell’ambientazione di una livida Istanbul e nella drammatica intervista  alla giornalista Ipek Yezdani, che racconta la deriva dell’informazione libera in Turchia ai tempi di Erdogan. 


Giordano Stabile

C’è soltanto qualche cane randagio a trotterellare lungo Sulayman Seba. A parte un minimarket e un fruttivendolo, è tutto chiuso, e la sfilza di bar e ristoranti che di solito brulicano di clienti hanno un’aria spettrale. Dall’imbarcadero sul Bosforo la strada dedicata al patron della squadra del Besiktas sale ripida. Una statua lo ricorda all’ingresso di un piccolo giardino. Ipek Yezdani racconta qui la sua storia, in una Istanbul nella morsa del Covid e del coprifuoco che cristallizza dalle sette di sera del venerdì al mattino del lunedì questa megalopoli di 18 milioni di abitanti. Ma la cappa più oppressiva è quella calata sui giornalisti come lei. Essere imparziali, riassume, «non basta più». Se non hai una posizione pro-governativa diventa impossibile lavorare. Yezdani, di origini azero-iraniane da parte di padre, ci è passata in pieno, ha sceso tutti i gradini nel giro di vite contro i reporter non allineati che ha fatto precipitare la Turchia alla 154ª posizione nella classifica della libertà di stampa.

Corrispondente dalle Nazioni Uniti da New York per il «Cumhuriyet», il principale quotidiano repubblicano e di sinistra, poi firma internazionale di «Hurriyet», ha visto i margini di manovra stringersi sempre più, soprattutto dopo il fallito golpe del 2016, fino a perdere il posto e la possibilità di scrivere per qualsiasi giornale nazionale.

Ora collabora con testate straniere, guadagna «anche meglio», ma sempre con la tensione di una possibile querela, o peggio dell’arresto. È in questo modo che si schiaccia la stampa libera in un Paese dove comunque ci sono partiti di opposizione, una società civile molto vivace. «Il governo non interviene direttamente, preferisce utilizzare imprenditori amici per prendere il controllo dei principali gruppi mediatici e poi indirizzarli». È successo così con «Hurriyet». L’ editore Aydin Dogan aveva costruito un piccolo impero, con giornali e tivù. Le pressioni sono state tali che ha dovuto cedere tutto a Yildirim Demiroren, vicino al potere. «Era il 2018. Il nostro direttore ha resistito e ci ha difesi per un anno e mezzo. Poi è stato costretto a dimettersi, e sono scattati i licenziamenti, mirati, 35. La maggior parte di quelli che non sostenevano la linea governativa. Non ci hanno pagato neanche la liquidazione». Una lotta durata mesi, con tutti i mezzi. «Abbiamo aderito al sindacato dei giornalisti. In Turchia il livello di sindacalizzazione è molto basso. Ma se in una testata si supera una certa soglia percentuale di iscritti, scattano maggiori tutele. Quando ci siamo avvicinati sono partiti i licenziamenti».
Yezdani ha trovato un altro lavoro, in una nuova emittente, Olay Tv. «È durata 26 giorni». Ma non si è arresa e non ha voluto lasciare il suo Paese. L’orgoglio nazionale resta intatto, nonostante la repressione delle libertà. Per questo le parole del premier italiano Mario Draghi, che ha definito il presidente Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», non l’entusiasmano. «A essere sincera questa polemica qui non è stata molto sentita. La gente ha problemi ben maggiori. La crisi economica è esplosa con il Covid. Ci sono persone costrette a rovistare fra gli scarti dei supermercati per trovare qualcosa da mangiare. Non ci ricordavamo più scene di questo tipo, ci portano a un lontano passato di miseria. Per quanto riguarda le libertà, basta guardare ad alcuni dati. Siamo agli ultimi posti al mondo per la libertà di stampa, e ci giochiamo il primato con Cina e Iran per numero di reporter in carcere. Accuse pretestuose per “terrorismo” ti portano dietro le sbarre. E se non appoggi apertamente il governo, finisci per strada».

Si sente più toccata dal trattamento subito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con quella sedia mancante che sa tanto di maschilismo. «Sì, c’è molto machismo, ma anche da parte del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, va detto. È un problema della Turchia, e di tanta parte del mondo. C’è sessismo nelle redazioni, per mia esperienza, pure in America o Gran Bretagna». E ad aggravare le cose è arrivato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul. «Non sono sposata e quindi non devo difendermi da un marito che mi picchia – ironizza amara -. Però conosco molte donne che con l’aiuto della Convenzione si potevano difendere dalla violenza, soprattutto dopo il divorzio». La Turchia è stato il primo Paese a firmare la Convenzione, dieci anni fa, ricorda. Perché proprio adesso questa decisione? «Il partito al governo, l’Akp, è in difficoltà e cerca voti negli ambienti più conservatori. Ma resta comunque in crisi e non credo che se oggi si votasse, in elezione corrette, riuscirebbe a vincere».